Care amiche, cari amici, grazie per la presenza; grazie a chi ha lavorato per l'incontro; grazie ad Aldo Bonomi. Compiamo oggi il primo passo di un lungo cammino.
Lo facciamo convinti e fiduciosi; consapevoli che molta parte del nostro itinerario nascerà dal lavoro, dalla passione, dalla generosità di ciascuno di noi; nulla è scontato, nulla ci sarà regalato, non ci sono e non ci saranno rendite di posizione, salvo quelle che derivano dalla credibilità di ciascuno di noi. Siamo qui per iniziare un percorso che si propone mete di lungo periodo, perché abbiamo l'ambizione di considerare conclusa la lunga e difficile transizione partita dopo la crisi dei primi anni novanta, che ha sconvolto l'assetto della rappresentanza politica del nostro Paese e del Trentino. Allora non ci siamo rassegnati alla triste diaspora delle culture politiche ma abbiamo reagito come potevamo: valorizzando e trasformando la rete degli amministratori comunali in una formidabile risorsa che ha tenuto insieme le istituzioni, arginato il berlusconismo della prima ora, garantito la governabilità della Provincia, realizzato importanti azioni di riforma. Questa lunga transizione, durata più di dieci anni, si chiude oggi con la definizione di un assetto politico destinato, appunto, ad interpretare non l'ennesima fase di transizione e di emergenza, ma un nuovo lungo ciclo politico. E questa, se mi consentite, corrisponde anche ad un'ambizione personale; quella cioè di poter concorrere, dopo questi anni al Governo delle istituzioni, a riconsegnare al Trentino non solo il valore del Governo ma anche il valore imprescindibile della politica, intesa come filo conduttore ed unificatore della società, come cifra di una comune appartenenza, come forma d'indirizzo e di controllo del potere. E permettetemi un altro riferimento personale: io non sono un tecnico prestato alla politica, né un principe in cerca di legittimazione democratica: io sono, come tutti voi, uno che ha una "parte" politica. Naturalmente come Presidente e, se lo sarò, come candidato presidente, sarò garante di tutta la coalizione. Mai come in questo momento avvertiamo l'importanza della buona politica per il nostro futuro: l'amministrazione, l'insieme delle prestazioni, le cose concrete che possiamo fare dal governo sono certo importanti ma non sono esse che tengono insieme la comunità e fanno crescere la nostra autonomia. Serve una società civile libera e forte, come quella che si vede spesso nei nostri paesi e si è vista ieri a Trento nella grande manifestazione contro il razzismo; serve una politica che recuperi il suo primato, la sua autorevolezza, la sua missione. Alexis de Tocqueville scriveva nel libro "La democrazia in America": "Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri... Se un individuo abile ed ambizioso riesce ad impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla". "Unione per il Trentino" non è e non sarà la lista dei notabili; non prometterà un mirabolante supplemento di prestazioni; non nasce per superare un momento difficile, per vincere una sola battaglia d'autunno. "Unione per il Trentino" non sarà solo una lista, ma un partito politico di nuova concezione; nasce per interpretare un ciclo lungo della politica; ha l'ambizione di servire il Trentino nella terza fase della sua autonomia speciale. L'identità politica di "Unione per il Trentino" parte da quattro parole importanti.
1. COMUNITA' Vogliamo essere il partito della Comunità Autonoma del Trentino: vogliamo prenderci cura della comunità; della tante comunità territoriali e sociali che compongono lo straordinario mosaico che è il Trentino. Comunità che vanno ascoltate, interpretate, fatte sentire vicine, condotte per mano senza arroganza, con umiltà, trasmettendo ad esse la percezione di un disegno, la volontà di realizzarlo insieme. L'autonomia senza comunità è un non senso; l'autonomia con una comunità spaesata e lontana diventa un insieme grigio di apparati e di poteri. "Unione per il Trentino" nasce per dar voce e rappresentanza alla comunità e alle comunità: e questa è la sua essenza di partito territoriale.
2. UNITA' "Unione per il Trentino" vuole dare un contributo per unire il Trentino: unirlo non solo nelle sue componenti geografiche ma anche nelle sue componenti culturali e generazionali. C'è bisogno di unità per vincere le solitudini, le paure, i rischi di derive egoistiche prodotti dai grandi cambiamenti del nostro tempo. C'è bisogno di recuperare lo spirito di appartenenza ad una comunità; la percezione di una trama che ci collega tutti ad un destino comune; c'è bisogno di recuperare, sotto la cifra dell'unità, lo "spirito" del nostro Land. Anche per questo, pur sentendosi in continuità con le grandi tradizioni politiche del passato e soprattutto del popolarismo Trentino e Mitteleuropeo, il nostro partito vuole essere uno strumento di partecipazione politica aperto a chiunque voglia dare il proprio contributo creativo e generoso alla comunità.
3. RESPONSABILITA' "Unione per il Trentino" vuole dar voce politica ai valori della responsabilità e del buon senso che scaturiscono dalla costituzione materiale del Trentino ed intende perciò rivolgersi con rispetto ed attenzione al Trentino che si impegna, che si prende cura del prossimo, che fa concreta solidarietà nei confronti del vicino come del sud del mondo; al Trentino dei molti che hanno tanto da dare e poco da chiedere piuttosto che ai pochi, sovente alla ribalta, che hanno molto da chiedere - anzi, da pretendere - e pochissimo da dare. Ci sentiamo di poter dare voce politica al Trentino che non ha paura di impegnarsi, di scommettere in proprio, di condividere con gli altri un pezzo del proprio futuro: il Trentino delle associazioni, del volontariato, della cooperazione, delle imprese che vivono in simbiosi con le comunità; il Trentino che non si rassegna, che tiene duro nelle professioni; il Trentino che fa il proprio dovere.
4. FUTURO Il rischio del nostro tempo è quello di bruciare il presente, ogni giorno, senza intravedere la linea dell'orizzonte. "Unione per il Trentino" nasce contro questo rischio: vogliamo essere uno dei tanti "accumulatori di futuro". Abbiamo bisogno di accumulare futuro perché abbiamo sogni ambiziosi per il Trentino. Pensiamo ad un'autonomia che evolve con nuove responsabilità e si proietta sempre di più in una dimensione transnazionale, con un respiro europeo. Una autonomia dotata di una sua propria anima politica, oltre che giuridica. Pensiamo ad una società che sa accogliere senza paura ma con autorevolezza chi viene da ogni parte del mondo e vive questo come una ricchezza, che assume l'impegno di essere garante dei principi costituzionali che devono valere per tutti; che considera le solide radici cristiane della nostra comunità come base di confronto aperto con altre sensibilità religiose e non come "instrumentum regni". Pensiamo ad un Trentino che riscopre e rielabora la sua memoria dei fatti, delle persone, dei luoghi e di questo fa contenuto di vera ed autentica politica culturale. Pensiamo ad un Trentino che prosegua sulla scia di un nuovo welfare di comunità. Con misure concrete per le famiglie; per le persone non autosufficienti; per chi ha un lavoro precario, mettendo in campo tutti gli strumenti che le competenze provinciali e quelle previdenziali della Regione possono attivare. In particolare pensiamo che soprattutto le spese per la cura e la formazione fino ai massimi livelli qui e all'estero dei propri figli e l'assistenza ai propri anziani non dovranno più costituire una preoccupazione per le famiglie non agiate del Trentino. E questo abbiamo già incominciato a farlo: vogliamo proseguire con determinazione e convinzione. Pensiamo ad un Trentino più dinamico, che si percepisca ed operi come una grande piattaforma produttiva, facendo sentire le proprie imprese amate e considerate, dalla gente e dalla pubblica amministrazione. Pensiamo ad un Trentino che punta ad uno sviluppo di qualità, in simbiosi con l'ambiente, ad alta intensità tecnologica, a forte impatto di qualità sociale, fondato su un crescente investimento in formazione, ricerca, cultura. La parola futuro vuol dire per noi soprattutto grande investimento sui ragazzi e sui giovani. Smettiamola di pensare che siano tutti alcolisti, drogati, fannulloni: sono invece molto meglio di come eravamo noi e chiedono solo di essere ascoltati e di avere opportunità per mettere a frutto i grandi talenti dei quali sono portatori, pur spesso con stili di vita e linguaggi inconsueti. Per tutto questo c'è bisogno di accumulare futuro: la politica non può sottrarsi a questo dovere: noi riteniamo che questa sia la nuova frontiera per un partito del territorio, che ha radici antiche ma deve parlare linguaggi nuovi, e non avere paura di salpare in mari sconosciuti.
Oggi, appunto, facciamo il primo passo irreversibile, convinto, fiducioso e sereno: abbiamo un grande compito ed intendiamo svolgerlo, senza arroganza a con grande passione civile. Abbiamo bisogno di essere in tanti, come siamo in tanti oggi: in tanti di tutte le provenienza, delle città e delle valli, giovani e meno giovani, uomini donne, di ogni estrazione sociale. In tanti per pensare, per sognare, per discutere, per partecipare. In tanti per trovare in ogni ambiente, in ogni comune, in ogni frazione, in ogni aggregazione sociale, anche piccolissima, l'amica o l'amico che porta il nostro messaggio, ascolta le persone, dimostra di prendersi cura, assieme a tutti noi, delle paure, delle aspettative, delle aspirazioni. I nostri valori sono antichi, ma la nostra organizzazione deve essere di nuova concezione, per metodi, spirito e strumenti. Non dovrà esserci persona, ambiente, metro quadro di territorio che non senta la nostra rispettosa vicinanza e non possa accedere alla nostra disponibilità di ascolto e di servizio.
In questo nostro percorso vogliamo essere in amicizia con quelli che vogliamo siano nostri compagni di strada. Per questo rivolgo un augurio fraterno a tutte le amiche e gli amici che domani daranno vita formalmente al Partito democratico del Trentino: non sono nostri antagonisti, tutt'altro. E se saranno tanti, saremo felici. Potranno svolgere un ruolo importante nella nostra comunità e potranno svolgerlo insieme a noi. Allo stesso modo mandiamo un saluto cordiale ai nostri amici autonomisti, con i quali in questi ultimi anni abbiamo costruito un rapporto strategico proprio a partire dalla comune visione dell'autonomia. Ed analogo saluto rivolgiamo a tutte le forze politiche che in queste settimane hanno dimostrato interesse nei nostri confronti e disponibilità a continuare o intraprendere collaborazioni. Vorrei anche dire il nostro interesse ad aprire un dialogo non strumentale con quanti vivono a disagio la leadership, nel centro destra trentino, di leghisti e post fascisti: a loro diciamo che senza ombra di dubbio riscontrerebbero da questa parte più moderazione, più equilibrio, più senso delle istituzioni, più capacità di mettere al primo posto il bene comune.
Partiamo dunque per dare vita ad un progetto politico che ha orizzonti lunghi ed ambizioni forti: e la prima ambizione, in ordine di tempo, è quella di far sì che il futuro che vogliamo accumulare per i nostri figli non sia consegnato nelle mani dei fomentatori di odio, di cinismo e di paura: ne sortirebbe un futuro di declino e di tristezza, quando, invece, abbiamo la fortuna di vivere in una comunità che si può permettere la gioia, la fiducia, la solidarietà.
E' mille volte meglio di un cartone animato! Alla fine della fiera bastava solo un po' di fantasia per governare l'Italia delle meraviglie e dei Comuni. La tassa RobinHood ai petrolieri, che te la rifilano felici nel tuo serbatoio quando fai benzina, la tessera del pane "social card" affinché i poveri non abbiano a sentirsi da meno di chi alla cassa sfodera un bel portafoglio colorito da tre carte di credito e quattro bancomat, i soldati per le strade con le tute mimetiche e la cuffia in testa, con il pon pon rosso bordò che pende, ed oggi, questo ancora ci mancava, il tocco naif dei sindaci sceriffi, che potranno emanare "grida" in nome del pubblico "decoro". Maroni, il ministro degli interni intendo, in una conferenza stampa degna di Mary Poppins, scrutando con gli occhialetti rossi ad uno ad uno in faccia gli 8000 sindaci in attesa, ha sentenziato «ti do la stella del maggior potere senza direttive vincolanti, orsù guardati attorno, in tutto ciò che devi fare il lato bello puoi trovare, basta un po' di fantasia e tutto brillerà di più, al centro della tua città, cam caminì spazzacamin, ma specialmente spazza gli accattoni, i lavavetri privi di licenza, i licenziosi privi di moglie al seguito, i seccatori, quelli che ce l'hai una sigaretta, gli abusivi, quelli che lo vuoi un accendino».
Per tutto questo poi, per far capire che non è certo carnevale, che si fa sul serio, saranno in dotazione le pistole, per chi ha la mira, ed anche per chi la mira non ce l'ha.
L'Italia andrà a rotoli, diceva Benigni, ma almeno con questi il divertimento è assicurato, basti pensare a quanto che sta avvenendo in questi giorni: rispunta come fantasma del passato il '68.
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E' vero che il la lo dette Sarkozy un anno orsono, ma oggi spunta il coro: Tremonti e poi Sacconi, Brunetta e poi La Russa, per non dire di Maria Stella Gelmini ministra della scuola "abrogare il '68, gridano, il '68 di cui l'Italia, non ce n'eravamo accorti, è vittima". E per abrogare il Sessantotto è presto fatto: torniamo a prima, 20, 30 40 anni prima, perché no?
I bambini dovranno andare a scuola col grembiule, azzurro i maschi, rosa le bambine, potrai anche dar loro 7 in condotta quando sarai in difficoltà, gli impiegati,invece, tutti al lavoro con le mezze maniche nere e la coda tra le gambe. Mancano le gemelle Kessler, però per la lotteria di capodanno è in arrivo certo la Carrà. La vita è una gran fiction, Berlusconi è il suo profeta, l'arte del lifting impera, petto in fuori pancia in dentro avremo l'orgoglio di volare con la compagnia di bandiera tricolore.
Così è il rinnovamento del belpaese al tempo della globalizzazione. Se quantomeno il '68 fu la capacità di pensieri "nuovi" in una società che si presentava troppo vecchia, oggi è veramente un gran spettacolo questa gara di conformismo a vecchi stereotipi come risposta ad un paese che vive la modernizzazione.
L'esatto contrario di ciò che avveniva 40 anni fa. E è proprio a partire da questa incapacità di concepire nuovi pensieri che va esorcizzato, anzi abrogato, il '68.
Viviamo il nuovo quasi senza comprenderlo interamente, e i nostri pensieri fanno riferimento a configurazioni e a schemi del passato. C'è uno scollamento dentro di noi, tra ciò che agiamo e ciò che pensiamo. Stentiamo a darci coordinate nuove, a disegnare mappe di valori nuovi, mai siamo stati tanto conformisti quanto oggi, non nel fare ma nel pensare.
E la politica nazionale cavalca questa difficoltà che crea incertezza con le demagogie e le false soluzioni degne del passatismo di chi riscuote sempre consenso all'insegna del "si stava meglio quando si stava peggio".
E' triste che anche qui in Trentino ci siano sindaci, ed anche Pacher del capoluogo, che subito si accodano a tanto fumo negli occhi e paccottiglia.
Il futuro del Trentino, per quello che vorremmo contasse l'autonomia speciale, si gioca, tutto e in parte, sulla capacità di abbandonare ogni indulgenza a vecchi schemi conformisti, saper parlare nuovi linguaggi rispondenti al vero della realtà vissuta, sforzar la mente quindi, e non inseguire il consenso di chi cerca soluzioni rifugiandosi in ciò che sa di muffa, o di semplice presa in giro.
Cerchiamo di capire qualcosa di VeDrò. Non perchè sia l’ombelico del mondo, ma perché quantomeno nelle intenzioni di questo appuntamento si esprime, nello stesso tempo, un nodo e l’indicazione di una via possibile, forse indispensabile, come soluzione. Il nodo è quello di una società, la nostra, che vive nel 2008 con la testa immersa negli schemi mentali del secolo scorso.
Anzi, prevalentemente, la guida politica della società è saldamente nelle mani di generazioni di 50-70enni, ed 80enni anche, che sono cresciuti in un mondo che non esiste più, con valori che andrebbero ridefiniti e ri/declinati, pena il ragionare con la prosopopea di vuoti stereotipi, accompagnando per di più questo conformismo con un potere geloso ed assoluto teso a controllare qualsiasi ambito sociale come fosse proprietà privata.
Un po’ quello che avviene nel campo delle “successioni” in cui, se agli inizi del’900 i figli subentravano ai padri a 25-30 anni, oggi gli eredi devono attendere, quando va bene, i 50-60 anni ed oltre. Ma la società non è una proprietà privata. Tutti dovrebbero avere spazio e diritto di parola, pena, ripeto, la pachidermica lentezza con cui le istituzioni si riformano e si adattano ai cambiamenti sociali, cedendo solo e quando, a tempo spesso scaduto, non è più possibile resistere e farne a meno.
I “giovani” 30-40enni che pure si affermano nella vita civile, nelle imprese e nelle professioni, hanno di fatto chiusi gli spazi nelmondo della politica, o al più agiscono, assorbiti e dipendenti, sotto il protettorato di qualche “grande vecchio”. Dobbiamo capire che la generazione dei giovani vive nel quotidiano il deserto delle ideologie, dei valori, dei punti di riferimento che avevano contrassegnato le stagioni precedenti. Basti pensare ad alcuni caposaldi “antichi”: dalla famiglia al posto fisso, dalle carriere per anzianità alle pensioni. I giovani, però, sono ricchi come non mai di informazioni, di tecnologie mediatiche, di coraggiosa flessibilità nelle esperienze. Ciò riguarda gli studi ed il lavoro, ma riguarda pure la realtà dei legami affettivi che si lasciano alle spalle o che promuovono lungo il proprio cammino. I giovani non sono fermi. I giovani sono in marcia, in tutti i campi, anche se si stanno rendendo conto dell’estrema individualità in cui ognuno conduce il proprio cammino.
Se la de-ideologizzazione costituisce per loro un fattore di apertura mentale, e di pratica e disincantata capacità di valutazione delle situazioni e delle convenienze, se la crescente debolezza, fin quasi alla scomparsa, di entità collettive condizionanti (famiglia-paese-comunità-partito-sindacato) porta i giovani a consultare a 360º la geografia delle proprie scelte, è altrettanto indubbio che “le soluzioni individuali non bastano a costruire il loro futuro ed il futuro di un Paese”. Dall’esigenza di uscire dall’individualità dei percorsi, di confrontarsi sulle esperienze, di trarre da esse possibili mappe di nuovi valori condivisi e unificanti, di scambiare mantenendosi comunque liberi, è da tutto ciò che sorge l’appuntamento di VeDrò. Network generazionale trasversale, viene detto. Appuntamento dell’ultima settimana d’agosto di alcune centinaia di 30-40enni di diversa provenienza professionale, che intendono, nella centrale elettrica di Fies a Drò, sviluppare a loro volta energia generazionale col confronto. Non è una associazione, non è un partito.
Non è nemmeno una “generazione contro” o che “rivendica”. Essi per primi sanno di non volere chiedere nulla alla generazione dei padri. Non interessa loro una “rivoluzione generazionale” contro chi detiene il potere politico. Essi sanno che l’Italia del futuro ha bisogno innanzitutto di nuove letture dei fenomeni sociali da parte di chi, come loro, è protagonista dei mutamenti sociali. Essi sanno, o meglio cominciano a sentire ed a capire di avere bisogno prima di tutto di scoprire ed identificare i nuovi valori insiti nella quotidiana responsabilità di chi, senza nessuna paragonabile esperienza precedente, vive l’era della flessibilità e della globalizzazione. E’ un lavoro lento ma indispensabile, quello di VeDrò. Staremo a vedere.
Non posso non dare il mio appoggio a Dellai. Non posso. Non certo per esclusive questioni di stima personale o di sola amicizia, quanto piuttosto perché nel progetto di Trentino disegnato in questi anni con la sua regia, mi ritrovo perfettamente e con me molti, moltissimi altri moderati: cittadini normali che agli slogan facili preferiscono l'agire del buon senso. Non do né lezioni, né, tanto meno, giudizi.
Mi limito solo a ribadire, ad esempio, la mia storia di cristiano, pieno di dubbi e di incertezze e proprio per questo aperto alla necessità sempre e comunque del dialogo. Cerco di vivere consapevolmente una fede che è quella profonda delle mie plurali radici ed, al contempo, mi sento pronto però a comprendere le molte complessità di una modernità così rapida ed in continua evoluzione. Credo anch'io, come altri, nei valori inviolabili dell'esistenza umana, ma non per questo non distribuisco pagelle e sono comunque convinto che negli anni in cui il presidente Dellai - e con lui le forze moderate, riformiste e autonomiste del Trentino - ha governato, la qualità complessiva del nostro vivere e dell'etica di questa terra siano sensibilmente migliorate.
Certo molto altro si poteva fare o lo si poteva forse fare meglio. Penso, ad esempio, alle politiche abitative che avrebbero meritato probabilmente attenzioni istituzionali autonome e comunque diverse dalle politiche sociali, ma ciò nulla toglie al grado di innovazione alta e di forte tutela del patrimonio autonomistico messo in campo dall'azione politica ed amministrativa delle coalizioni guidate dal presidente Dellai. Si tratta di coalizioni che - è bene rammentare - hanno difeso a più riprese non tanto i supposti privilegi del Trentino, quanto piuttosto la sua secolare esperienza di autogoverno, quella stessa esperienza che De Gasperi seppe valorizzare così bene e che è oggi messa, quasi quotidianamente, in discussione proprio dai paladini di un indefinito federalismo e dai portatori di una cultura della segregazione e della chiusura che, a ben vedere, così poco ci azzecca con gli inviolabili valori dell'esistenza e della centralità della persona umana.
Sono convinto anch'io, come tanti e da più parti, dell'imprescindibile protagonismo della famiglia; del dovere di tutela dei più deboli; dell'attenzione al lavoro ed alla sua sicurezza; di un riguardo sostanziale - e non solo di forma - per la ricchezza rappresentata dalla terza età; dell'obbligo di favorire l'accesso dei giovani all'occupazione e quindi alla vita. E questi non mi sembrano obiettivi concessi in esclusiva solo a qualcuno, bensì valori che coniugano modernità ed umanesimo e che appartengono, in tutta Europa, soprattutto alla tradizione dei cattolici e dei riformisti, piuttosto che a quella del conservatorismo, più o meno declinato nelle forme padane. Per chi, come me, proviene da storie personali e familiari fatte di contaminazioni e di incontro di geografie umane diverse, il futuro mi sembra più rappresentato dai vivaci colori della speranza che si raccoglie attorno all'Unione per il Trentino, anziché dal minaccioso ergersi dello spadone di Alberto da Giussano che separa invece di unire. Per tutte queste ragioni non posso non dare il mio modesto appoggio a Dellai, certo di trovare altri, tanti altri con cui fare un ulteriore tratto di strada dentro il bene comune ed il futuro del Trentino tutto.
Le prossime elezioni regionali rappresentano un buon banco di prova e un'occasione per discutere del futuro dell'autonomia speciale. Una necessità resa ancora più impellente dalle riforme che stanno avanzando a Roma — su tutte il federalismo fiscale — e dal complesso intreccio di mutamenti economici, sociali e geopolitici che hanno segnato uno spartiacque dalla fine del «secolo breve» ad oggi.
Al di là dell'analisi specifica e puntuale degli accadimenti e delle risposte contingenti, nei prossimi anni si dovrà con ogni probabilità costruire un percorso organico di rivisitazione e aggiornamento per quella che potremmo definire l'autonomia del Duemila. Non che non sia stato fatto nulla, ma la sfida è forse più complessa in prospettiva. Il federalismo fiscale (ma all'orizzonte si potrebbe profilare anche una riforma costituzionale) aprirà probabilmente una nuova fase del «regionalismo » italiano basata su una maggiore responsabilizzazione dei territori. Non sarà affatto semplice superare questa prova perché gli ostacoli non mancano. Dalla difficoltà di concepire un disegno giuridico e politico coraggioso — finora, anche nel dibattito sul terzo statuto, si sono soltanto intraviste delle ipotesi — al rapporto con Roma, dalla necessità di rafforzare la sintonia con Bolzano ai rischi che l'etichetta di «privilegiati» può comportare. Certo, autonomia è significato in questi anni anche cospicue risorse per blandire il consenso e attenuare le paure sociali, ma è innegabile che Trentino e Südtirol incarnino comunque due modelli positivi di governo del territorio e che il livore manifestato dai confinanti sia spesso più il risultato di frustrazioni o di attenuanti autoassolutorie rispetto ai propri problemi interni. Detto questo, sarebbe sciocco non riconoscere che, a sessantadue anni di distanza dal «De Gasperi-Gruber» e a trentasei dal «Pacchetto» che ha spostato il baricentro dell'autonomia sulle due Province, qualcosa non vada rivisto. L'ambasciatore Sergio Romano ha giustamente sottolineato l'acume con cui Trento si è mossa sullo scacchiere del federalismo fiscale chiedendo più competenze per evitare tagli, legati verosimilmente al fondo di solidarietà nazionale. In epoca di rapporti non idilliaci con l'attuale maggioranza, l'imperativo sembra comunque quello di ridurre il danno.
Ben diverso sarà, invece, ripensare la propria collocazione geopolitica (la città del Concilio continuerà a guardare alla frontiera nord e alla Mitteleuropea o sarà risucchiata sempre di più nelle dinamiche sociali ed economiche del Nordest?), l'evoluzione delle competenze e i rapporti con Bolzano. L'esperimento della Regione guidata in alternanza dai due presidenti di Trento e Bolzano, Dellai e Durnwalder, ha dato, nel suo complesso, risultati incoraggianti. Chi lamenta il ruolo residuale della Regione compie un'operazione anacronistica. Tuttavia questo non significa che la Regione non possa e non debba diventare luogo privilegiato di confronto su alcuni temi cruciali di carattere extraprovinciale. Pensare che due piccoli territori, due inezie nella cartina del mondo, reggano l'urto dei processi globali invocando l'autarchia è una tentazione da cui sfuggire. La tenuta del sistema politico- sociale trentino e l'identità nella nuova epoca di frontiera dipenderanno da un intreccio di sfide sul quale è vietato fallire.
“Se non si rincorre un sogno si finisce con lo scappare dalle paure”. E’ una delle frasi del discorso d’investitura di Barak Obama davanti agli ottantamila cuori democratici di Denver. Il Trentino non è l’America, e le dinamiche delle elezioni Usa sono agli antipodi delle nostre anche se noi siamo maestri nello sciommiottamento (quasi sempre semplicistico e ridicolmente inaffidabile), con tutti i danno che ne conseguono.
Ma se un parallelo con le elezioni Usa si può fare – e io credo che vada fatto – quel parallelo va cercato soprattutto nel linguaggio e nei “modi”; il modo “diretto” con il quale un candidato sceglie per rapportarsi agli elettori. Lo fa per rafforzare il rapporto con i propri supporter e, soprattutto, per cercare di convincere chi supporter non è. Chi è indeciso. E chi è confuso.
Ebbene, la notte di Denver – la notte di Obama e prima di lui dei Clinton – insegna che si possono esprimere concetti alti, tanto etici quanto politici, tanto di ispirazione ideale quanto di programma ancorandosi alla semplicità: la semplicità del vocabolario e, mai disgiunta, la semplicità dei gesti che esprimono i sentimenti. Obama si appresta – così almeno si spera – a governare il luogo più potente e importante della terra ma nel suo vocabolario non c’è traccia di quelle parole che qui – qui da noi – condiscono ogni frase senza quasi mai riuscire a riempirne il vuoto.
Nei discorsi di Denver non c’è spazio per termini come strategia, progetto, il terribile knowhow, eccetera. Certo – e ci mancherebbe – si parla anche in Usa di cose da fare: tasse, sanità , mutui, pensioni, sicurezza. Ma di queste cose vitali si parla “calandosi” dentro la vita delle persone: dei singoli, dei gruppi, delle categorie sociali.
Al primo posto ci sono sempre le persone, i volti, le emozioni. E’ una politica effimera e di facciata? Solo per chi si ferma alla superficie. A me sembra una politica che prima cerca di stringere un legame di fiducia e che poi, a legame consolidato cerca di far tesoro di una fiducia che, un salto di qualità dall’istinto al fare, prova a diventare proposta e azione.
Val la pena di ripeterlo. Il Trentino non è l’America. Eppure io credo che anche in Trentino la politica – e quindi i politici, e quindi i candidati (in particolare i nostri candidati) – debba prima di tutto conquistarsi la fiducia, (a pelle), delle persone. E questo prima di considerare le persone “elettori”. E questo indipendentemente dal fatto che le persone votino. E’ una fiducia – e perché no, una simpatia - che non garantisce automaticamente un voto ma che crea le condizioni affinché – se ci sarà – quel voto non sia una delega.
La politica – e quella dell’Unione in particolare – ha bisogno di umiltà. E una politica umile – oggi – è una politica che fa del dubbio e della contraddizione la propria forza. La forza, cioè, di non cercare la scorciatoia delle certezze di fronte ad una società incerta – capace cioè del massimo di apertura (basti pensare al volontariato) e del massimo di chiusura (basti pensare alle paure sull’immigrazione).
La forza di una nuova politica – e anche di un più maturo governo – è quella di costruire gli strumenti perché le idee (anche quelle più diverse) possano incrociarsi, contaminarsi e modificarsi quando è necessario. Con l’Unione ci si sta provando, ma siamo solo all’inizio ed il cammino è lungo, tortuoso ma galvanizzante.
Il primo passo perché questo accada – e perché chi si incammina su questa strada sia credibile – è proporsi in una campagna elettorale senza presunzioni, senza “effetti speciali”. Sarà al contrario il caso di proporsi con “affetti speciali”: la famiglia, il partner, il lavoro, le proprie passioni e, soprattutto, il rispetto. Insomma, con i valori.
Se ai trentini riusciremo a dare la sensazione di rispettarli, condividendo davvero la loro fatica di trovare un’ancora ideale in un mondo che è un mare mai calmo, riusciremo a strapparli alle lusinghe di chi crede che l’egoismo sia la soluzione dei problemi. Se, al contrario, saremo pieni di buone idee e buone proposte ma “lontani” e antipatici, allora la partita sarà ardua.
Io credo che non è della Lega che occorre aver paura.
Occorre aver paura di “venire vissuti” come slegati dalla realtà, dalla quotidianità e dalle sue contraddizioni. E, di nuovo, questa paura si batte con l’umiltà perché è solo dall’umiltà che può crescere il coraggio delle scelte.
C'è speranza se questo accade in Trentino e in Alto Adige. Si potrebbe dire così, parafrasando un indimenticato libro di uno dei più grandi maestri italiani, Mario Lodi, che molti anni fa aveva scritto: «C'è speranza se questo accade al Vò», dove Vò era una frazione di Piadena, piccola località della pianura padana dove Mario Lodi andava conducendo da maestro elementare una delle più belle esperienze di innovazione dell'educazione nella scuola italiana.
C'è speranza se il presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai prende posizione sui provvedimenti recenti del ministro dell'istruzione e, grazie all'autonomia della scuola trentina, dichiara che certe scelte come quella del ritorno del voto non sono adatte alla nostra scuola. Può farlo, Dellai, anche per la posizione di primo posto nella qualità dell'educazione che le scuole trentine hanno in Italia. Ma è decisivo che lo faccia in nome di un'idea dell'educazione che guarda al valore della relazione educativa e dell'apprendimento e non accetta che una crisi della qualità dell'educazione si possa risolvere con criteri banalmente direttivi come il ritorno del voto.
Ben altro serve per affrontare i problemi della scuola e per innovarne contenuti e metodi. Si tratta di scoprire i contributi rivoluzionari che gli studi sulla mente e l'apprendimento hanno messo a fuoco negli ultimi anni e su quelli ritarare l'intero processo educativo. Così come si tratta di tendere ad un'educazione che prepari alla civiltà planetaria, soprattutto nei sistemi locali, dove è necessario sviluppare la coscienza dell'interazione tra locale e globale. Piuttosto che guardare indietro si tratta di guardare avanti e ben venga l'orientamento di chi tiene il timone dell'autonomia.
C'è speranza per il volto autonomo della democrazia anche di fronte all'approvazione a maggioranza della scelta di non censurare la rana crocifissa al Museion di Bolzano. La democrazia deve alla buona capacità di gestire il confronto, le differenze di punti di vista e, in una parola, il conflitto, la sua principale alimentazione e la sua vitalità. La vicenda del Museion è un significativo esempio di vitalità democratica dell'autonomia. Il confronto anche aspro e appassionato, con prese di posizione impegnative e difficili, ha visto alla fine prevalere il coraggio di una decisione autonoma che, a maggioranza, ha scelto di salvaguardare il valore di ogni espressione e, nel caso particolare, di quella artistica. La civiltà si costruisce, tra l'altro, attraverso il confronto e la distinzione, la tutela dell'autonomia e dei propri orientamenti fino a prova contraria e la capacità di cambiare idea. L'autonomia mostra così di essere una buona fucina e un buon laboratorio per la democrazia.
Egregio direttore, che il tema della scuola e del suo futuro compaia frequentemente sulle colonne del giornale da Lei diretto non può che farmi piacere. Lo ritengo un contributo utile al dibattito che abbiamo voluto con forza per disegnare un nuovo, moderno volto al complesso «sistema educativo», così come utile ritengo sia il tentativo di interpretare quel senso di incertezza e talvolta di malessere che sempre accompagna i grandi processi di trasformazione. Non posso condividere tuttavia la tesi che il Suo editoriale di domenica scorsa sembra sostenere e cioè che «si stava meglio quando si stava peggio». Era meglio confrontarsi cioè con un «Ministero» di stanza a Roma, perché più lontano e meno invadente. Osservo che il pregiudizio centralista e antiautonomista è veramente duro a morire.
Infatti, c'è voluta una lunga battaglia politico-istituzionale per rompere, non ancora del tutto, il «tabù» in base al quale solo «Roma» può garantire una gestione politica «non invadente» della scuola in tutti i territori italiani. Una lunga battaglia che ha visto protagonisti i personaggi più importanti della nostra classe dirigente, da Remo Albertini, a Bruno Kessler, a Giorgio Grigolli, ma che sovente ha dovuto registrare l'ostilità se non lo scetticismo di non pochi circoli intellettuali, portatori dell'antica credenza in base alla quale la nostra autonomia non si sarebbe potuta spingere fino al punto da «mettere le mani» in settori delicati come quelli della scuola. Ebbene, l'autonomia del Trentino può essere gestita bene o male, ciò non di meno essa esprime la democrazia e la libertà del nostro popolo. E se la ritenessimo per definizione non idonea ad occuparsi di scuola, dovremmo concludere che è inidonea anche ad occuparsi di tutte le altre grandi e significative competenze connesse con la vita materiale e non materiale della comunità. Eccomidunque qui a precisare ancora una volta la posizione della Provincia autonoma a riguardo delle ultime decisioni del Consiglio dei Ministri, decisioni che, attraverso le recenti cronache giornalistiche si sono colorite di esternazioni politiche le più disparate. Ho letto anch'io, ovviamente, di proposte e osservazioni pronunciate da presidi in pensione, o da impiegate amministrative, pure in pensione, in odore di candidatura nelle liste avversarie alla mia coalizione. Ma se - al contrario - non la si vuole «buttare in politica», noto che il Suo stesso giornale ha recentemente ospitato alcune riflessioni di presidi in servizio, (cito in particolare Ivana Pulisizzi e Agostino Toffoli, stimati professionisti che non hanno certo paura di esprimersi), che hanno proposto ragionamenti molto interessanti, anche problematici o critici sulla situazione attuale, senza per questo venir meno ai doveri di responsabilità di chi svolge funzioni importanti e delicate all'interno della scuola trentina. E così è stato anche durante il dibattito in tema di esami di riparazione. Al di là di queste prese di posizione, io stesso ho più volte sostenuto la necessità di elaborare rapporti di nuova concezione tra Giunta provinciale e Sistema scolastico trentino. Ne accenno, pur sinteticamente, anche nel libro-intervista che ho recentemente pubblicato. In verità l'esercizio delle competenze speciali in materia di scuola è un fatto relativamente recente per la Provincia autonoma di Trento.
Dunque, abbiamo bisogno di elaborare un sistema di rapporti capace di valorizzare sia il ruolo di governo della Provincia sia il valore dell'autonomia degli Istituti scolastici ed il principio della partecipazione responsabile di tutte le componenti della comunità scolastica. Vorrei però che qualche polemica contingente non travolgesse l'importanza di un percorso di partecipazione che va certamente ripreso e rafforzato, ma esiste nell'attuale realtà ed è interpretato da tantissimi presidi e tantissimi insegnanti che magari non hanno né la voglia né l'opportunità di essere considerati interlocutori dal sistema di comunicazione. Se così non fosse, se veramente la caricatura di una scuola trentina appiattita sul potere e mortificata nelle sue libertà corrispondesse alla realtà, noi non saremmo, come invece siamo, costantemente nelle primissime posizioni in tutte le classifiche di qualità; non saremmo ritenuti un sistema scolastico all'avanguardia in moltissimi settori di attività; non avremmo neppure lontanamente la forza di aprire, senza tante difficoltà e senza nessun isterismo, piste di lavoro talvolta anche diverse (per fortuna) dal sistema nazionale.
In ogni caso, pur in questo quadro estremamente positivo, non mi sfuggono certo i disagi e le preoccupazioni del mondo della scuola. Sono però convinto che disagi e preoccupazioni potranno trovare adeguata risposta nel completamento del progetto di autonomia degli istituti; nel nuovo futuro contratto di lavoro per gli insegnanti; nell'investimento massiccio in iniziative e strumenti di formazione; nella stessa fase di confronto in tema di nuovi piani di studio e di innovazione delle metodologie didattiche. Ed è a questa fase di profondo «rinnovamento dal di dentro» della scuola trentina, che si deve guardare anche per trovare la giusta risposta al dibattito un po' forzato di queste ultime settimane attorno alle recenti decisioni del Governo nazionale.
A fronte di un decreto legge con il quale il Governo nazionale ha stabilito il principio della bocciatura per voto insufficiente in condotta anche nella scuola dell'obbligo, senza minimamente confrontarsi con il mondo della scuola e per ragioni evidentemente demagogiche, io ho affermato e ribadisco che in Trentino non siamo obbligati a recepire queste disposizioni; che il Governo provinciale ritiene giusto l'obiettivo di stimolare comportamenti più responsabili dentro le scuole ma ritiene culturalmente e pedagogicamente sbagliato lo strumento individuato; che, in ogni caso, si intende acquisire l'opinione del mondo della scuola prima di adottare qualsiasi decisione definitiva. Anche per quanto riguarda l'improvviso annuncio nazionale circa il ritorno all'insegnante unico nelle scuole elementari, ho detto e ribadisco che il problema non è sostituire modelli a modelli, ma capire che le risorse umane degli insegnanti vanno messe a frutto, nella scuola, con flessibilità e senza ideologismi, in modo adeguato e coerente rispetto al progetto formativo che ogni istituto elabora in ragione della propria autonomia.
La scuola trentina non intende adottare modelli diversi da quelli attuali solo per ragioni ideologiche o economiche: intende far evolvere l'organizzazione didattica della propria attività in modo da corrispondere più compiutamente ai fabbisogni formativi dei ragazzi. Per questa ragione, per prima cosa ridefiniremo i piani di studio; poi esamineremo le esigenze di innovazione nel metodo didattico; infine decideremo se sarà opportuno o necessario riarticolare l'organizzazione della docenza. Ma tutto questo avverrà attraverso la ricerca di un equilibrio virtuoso tra intenzionalità politiche e condivisione attiva del mondo della scuola.
«Chi controlla l'opinione pubblica contribuisce a diffondere un'idea distorta della insicurezza nelle nostre città. Si tratta infatti di un'insicurezza percepita che non corrisponde a dati reali e che diviene la principale causa del disagio diffuso nelle città italiane». Con queste parole, il sociologo Guido Martinotti, ha concluso il suo intervento dedicato a «La Città», tenutosi lo scorso lunedì presso l'Aula Magna del Palazzo Piomarta, all'interno delle manifestazioni parallele, «L'altro in dialogo», di Oriente Occidente. Una conclusione che è un'accusa non troppo velata verso la classe politica dirigente «completamente cresciuta e compromessa nella realtà mediatica del nostro tempo», che contribuisce a creare nell'immaginario collettivo innumerevoli pregiudizi verso gli immigrati, «fomentando così distanza e paura negli spazi urbani in cui viviamo». Guido Martinotti è professore ordinario di Sociologia Urbana presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove dal 1999 è Pro-Rettore e Coordinatore del Corso di laurea in Scienze del turismo e comunità locale, presso la Facoltà di Sociologia.
Da molti anni s'interessa di spazi urbani e nel suo curriculum vanta lunghi soggiorni in America e in Francia dove ha avuto modo di collaborate con autentici padri della disciplina, e di studiare a fondo le trasformazioni fisiche e sociali delle città occidentali. Nell'intervento tenutosi a Rovereto, Martinotti ha ricostruito la genesi delle città, intese come spazio particolare, né un organismo vivente né un sistema fisico, ma qualcosa che «si sviluppa con le intenzioni della collettività che la abita e che genera un fenomeno ambiguo fatto di istituzioni, di società e di relazioni». Storicizzando il suo ragionamento il professore è ripartito dalle riflessioni di Louis Wirth, che nel 1938 descriveva la città come un insediamento, grande, denso ed eterogeneo.
«Queste categorie, oggi, non sono più applicabili perché la città stessa si è trasformata, diventando una metropoli estesa (che nel caso del Trentino si estende da San Michele a Rovereto, occupando tutto il fondovalle) ma con limiti non ben definiti, con una relativa bassa densità, e con una multiculturalità fatta di tanti gruppi culturali distinti e distanziati dagli altri che sta prendendo il posto della eterogeneità che caratterizzava le città dei primi del Novecento ». L'italiano oggi vive con una grande paura dell'altro, in particolare dello straniero. Questo, secondo il sociologo, è stato accelerato da due fenomeni che hanno caratterizzato gli ultimi decenni: la scomparsa del lavoro in fabbrica di massa e la politica del terrore. «Nel primo caso, oggi manca quel luogo - la fabbrica - che in passato accomunava tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro provenienza etnico-geografica e questo ha, di fatto, allontanato i gruppi sociali; il secondo fenomeno è invece il frutto di un disegno politico che fomenta il senso di insicurezza per aumentare il proprio consenso».
Ma come ha efficacemente spiegato Martinetti non esistono motivi reali che possano giustificare questa paura verso i migranti. «Il gruppo di stranieri più numeroso in Italia è quello degli egiziani, di cui non si sente mai parlare; gli albanesi, verso i quali oggi siamo intolleranti, erano fino a pochi decenni fa nostri fratelli, visto che l'ultimo regno si chiamava, appunto d'Italia e di Albania, e albanese era anche la nostra regina; i romeni, che tanto ci fanno paura, hanno il mito di Roma e nutrono il desiderio di poter visitare la nostra capitale almeno una volta nella vita; oppure i senegalesi che vivono da noi, ma con un progetto di rientro nella loro patria molto autodisciplinato».
La paura è nella gran parte dei casi il frutto di una percezione distorta, mediata dai mezzi di informazione, ha affermato il sociologo. «Durante gli anni di piombo a Torino c'era un morto al giorno eppure non c'era paura perché tutti, i cittadini e la politica, lavoravano per ristabilire un tempo di pace». Cintando la celebre farse di Roosevelt, Martinotti ha concluso il suo intervento con un auspicio: «L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura». Un appunto all'organizzazione: stante la levatura del docente, l'intervento avrebbe senz'altro meritato tempi più dilatati.
Il dibattito sulla scuola è più che importante: potrebbe riassumere l’intero confronto elettorale e, di più ancora, essere il fondamento per una lettura della società che stiamo vivendo, dei tempi nuovi, dei cambiamenti, della capacità di analisi del presente senza indulgere in stereotipi, nostalgie e schemi appartenenti ad un mondo che non esiste più. In questo senso sono molto indicativi gli interventi, tutti molto appassionati e argomentati, che si susseguono quotidianamente sul giornale da parte di insegnanti e genitori, densi di considerazioni sincere, dubbi e interrogativi.
Una lunga e bella lettera di una madre, Lucia Sicheri, che già aveva raccolto 400 firme contro il tempo “eccessivamente pieno” nella scuola primaria, ieri, commentando favorevolmente il voto in condotta, scriveva: «la scuola rappresenta da sempre il primo esordio sociale ed è il campo in cui mettere in pratica autonomamente ed individualmente quanto appreso in famiglia...», onde per cui ben venga, da parte di un bambino, il confronto con la realtà che non è fatta solo di mamma e di famiglia.
Il ragionamento sembra non fare una grinza, solo che è un ennesimo esempio di come noi facciamo valere schemi validi nel passato ma, appunto, non più esistenti. Oggi, nella maggior parte dei casi, un piccolo non ha una propria crescita in famiglia prima di passare alla scuola. Oggi, con il lavoro di entrambi i genitori, un piccolo, prima della scuola primaria, trascorre la maggior parte del proprio tempo diurno alla scuola materna, e prima ancora al nido dove viene immesso a cominciare anche dal quarto mese di vita. È una esperienza assai diversa dal passato ancorché recente, un’esperienza che modifica radicalmente, anzi “ribalta” il rapporto tra apprendimento in ambito familiare e realtà esterna. Tutto il corredo cognitivo, emotivo, esperenziale di un bambino avviene e si compone proprio nella realtà “esterna” del nido e delle materne. Egli è accompagnato da personale altamente specializzato, attento e capace osservatore di tutte le fasi di sviluppo mese per mese. Un personale formato a fornire accoglienza e stimoli nei confronti di ogni dimensione mentale, affettiva e relazionale di un poco più che neonato. Dotato di una consapevolezza delle caratteristiche della prima infanzia che non ha eguale in nessun genitore che non abbia altrettanta scuola e specializzazione. Una capacità di accompagnare la crescita complessiva, che ancor più è esperienza fondante per un piccolo in quanto avviene assieme agli accudimenti fisici primari, dalla nutrizione agli svezzamenti, all’igiene personale, al sonno ed ai risvegli. Ambienti adeguati, ricchi di giochi e di colori, una o più persone sempre attente, costantemente disponibili a elaborare coi piccoli curiosità, sensazioni, nuove facoltà e comportamenti.
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E tutto questo avviene, ripeto, per la maggior parte del tempo della vita diurna di un bambino. Quando le cose non erano così possiamo ben intendere che il voto di condotta equivalesse ad un voto dato alla capacità della famiglia di educare un bambino alle relazioni esterne. Un voto che, se negativo, imponeva al bambino di modificare modi, rispetto e impegno, non sufficientemente appresi nell’ambito familiare. Un voto quindi ri-educativo. Ma oggi, tendenzialmente, il quadro e i ruoli sono ribaltati. La crescita e l’educazione avviene prevalentemente a scuola, ed è lì, ed è giusto così, che gli insegnanti più che dare i numeri abbiano a trarre, da eventuali comportamenti anomali, utili indicazioni per le proprie strategie educative.
Tutto questo per quanto riguarda l’infanzia, quel bel mondo delle operazioni concrete in cui il bambino esprime ciò che ha assorbito. Sì, come una spugna. Con la pubertà si evolve il cervello assieme agli ormoni, e i ragazzini sono in grado di ragionare anche in astratto, e col pensiero coordinare meglio i comportamenti. Ma la scuola, ancora una volta, è lì apposta proprio per comprendere ed essere guida, per stimolare passione e disciplina. Non per giudicare chi in ultima analisi è solo “in formazione”. Poi verrà, con la maggiore età, la vita e la responsabilità delle proprie scelte autonome, gli impatti i successi e le sconfitte.
Ma in tutta questa prima fase c’è poco da tagliare, che non sia un semplice tagliare corto ai propri compiti, contravvenendo i quali daremmo certamente vita ad un sistema scolastico di antico conio, completamente inadatto alle libertà di espressione di sé cui oggi tutti noi aspiriamo. Mi rendo conto di avere dato, in queste righe, molto peso alla scuola e scarso rilievo al ruolo della famiglia che, invero, si riduce spesso a due genitori verso sera e nei week end, e a “zero” fratelli. Bah, nel poco tempo che passano con il figlio, cerchino di essere modello di coerenza nel pensare, nel parlare e nell’agire. Non è poco. Ma molto di più non è dato.