Tot capita, tot sentantiae. E noi Italiani, individualisti, creativi, artisti, popolo di single irripetibili come quadri d’autore, in quest’arte siamo maestri. E quindi ogni partito ha la sua opposizione. Anzi due: l’opposizione esterna (e sino a qui ..) e l’opposizione interna! Così, ovviamente  “democraticamente”, ci mancherebbe altro!

Ora, se andiamo a ricercare l’origine storica della parola e del concetto di democrazia, vediamo che essa non definisce il governo della maggioranza numerica, ma di una classe: all’origine, il demos, ovvero una sola parte dell’intero popolo. Una sola parte, dico, infatti se non altro la disaffezione dalla politica  fa sì che oggi a votare vada una minoranza degli aventi diritto, la cui maggioranza poi governa il popolo intero che è formato anche da chi non ha votato e da chi non ha diritto al voto (ad esempio per età)!  Ecco che vedete bene che – di fatto – democrazia oggi non è governo della maggioranza numerica dell’intero popolo, bensì di quella classe-gruppo che alla fine ha ottenuto solo qualche voto in più della concorrenza.

PRIMA CONSIDERAZIONE: se vuoi difendere la democrazia vera, vai a votare!

Ma torniamo alle opposizioni interne. Esse possono essere interne-interne oppure interne-esterne, nel senso che l’oppositore ricerca l’aiuto di un “esercito” straniero, ovvero di un altro partito. Questa ultima modalità viene soprattutto scelta quando a perdere la propria “maggioranza interna” è un abituèe dell’oligarchia di pensiero, un leader carismatico, il quale si alimenta di un’ideologia, ovvero di un’idea non disponibile al dialogo con sue consorelle (=altre idee diverse):  e cioè che un sistema democratico – il quale difende strenuamente se stesso – non possa essere oggetto di una “modifica” bensì solo di una “sostituzione” ovvero della sua stessa “distruzione”. Se non credete a questa mia conclusione, partiamo dal considerare la conseguenza che essa determina: una opposizione interna violenta, aggressiva alla “maggioranza interna” evitando un civile confronto sui contenuti della politica al potere. Violenza quindi. Un ritorno alle origini del concetto di democrazia, la quale non è nata (circa 2500 anni fa) come fatto positivo (governo da parte del popolo), bensì come fatto negativo di “forza violenta contro il tiranno di turno”. Direte: e allora, sempre di democrazia si tratterebbe! (Ma questa mia è una battuta, per alleggerire il discorso!)

2500  anni fa, dicevo… ma anche nel nostro secondo dopoguerra, qui, da noi, in Italia. Forze democratiche interne erano quelle che si opponevano con “forza” alla dittatura fascista, quindi i politici esposti (che hanno pagato con il confino, l’esilio o con la vita), e  i partigiani. Non il popolo che subiva – più o meno condividendolo – il regime.

E allora? Allora “panta rei” tutto scorre, diceva quell’uno … anche il concetto di democrazia che non deve essere più una “forza violenta di opposizione” a niente e a nessuno, bensì da “forza-potere del demos, ovvero di una parte del popolo” deve diventare “volontà, desiderio capacità, partecipazione del popolo intero”. Quindi – e nessuno fraintenda la portata del lessico che sto per utilizzare – virare da partito “democratico” (ovvero di una parte del popolo) a partito “popolare” ovvero di tutto il popolo, espresso da tutto il popolo, che ascolta tutto il popolo. Ovvero, direte voi, si deve passare dalla demo-crazia alla popolo-crazia? Be’ .. sul piano concettuale questo passaggio è già avvenuto, non vi pare? Magari attuato in modo rudimentale (Popolo della libertà; Popolo della rete, etc.), in modo sicuramente strumentale, ma è comunque un indizio ed un inizio della trasformazione in corso.

SECONDA CONSIDERAZIONE: se un gruppo va al governo solo perché ha raccolto il voto di un numero di votanti maggiore della controparte, è democratico all’ antica, non popolare in senso moderno. Ovvero la democrazia vera oggi non può essere quella badata solo sul “maggior numero delle schede voto raccolte”, bensì quella del maggior numero dei consensi ottenuti attraverso il dialogo costruttivo sui contenuti raccolti attraverso il dialogo con tutto il popolo.

Dice … ma perché non puntare all’unanimità dei consensi? Eh no … dico io, guai all’unanimità, guai al pensiero unico dominante, guai alle folle osannanti di tristissima memoria. Se non altro, perchè all’interno dei grandi numeri più facilmente può nascondersi il male (così il premio Nobel Josif Broskij, ne “Il canto del pendolo”, Adelphi Ed.).

Le mie sono teorizzazioni? Ok, d’accordo, ma non si diventa esperti alpinisti del pensiero se non si fa anche un po’ di palestra di roccia!

Articolo di Riccardo Lucatti

Credits by Flickr: Maritè Toledo (Creative Commons)