GIORGIO LUNELLI - 24.04.2010
Se siamo qui – come lo eravamo a Parma e a Napoli – è perché crediamo che Alleanza per l’Italia possa diventare una grande forza politica e portare una radicale innovazione nella politica nazionale.
Se siamo qui – caro Francesco – è perché siamo convinti che sia necessario lavorare in questo grande cantiere politico. Un cantiere politico aperto al contributo di tanti.
Un cantiere per costruire un qualcosa che sappia far fronte alla attuale crisi di un bipolarismo divenuto bipartitismo e per dare una risposta nuova – nuova davvero ! – ad una domanda di politica diversa.
Purtroppo questa domanda, sinora, ha avuto risposte efficaci e credibili solo dalla Lega e dal Pdl. Non certo dal Partito Democratico, nonostante lo sforzo di presentarsi come il nuovo. Non certo dall’Udc.
Se siamo qui è perché siamo convinti che Alleanza per l’Italia non possa essere l’ennesimo partitino del 3, del 4 per cento. Nemmeno d’otto per cento.
Se siamo qui è per affrontare una sfida che non ci deve ridurre all’ambizione di costruire un terzo polo (che nel linguaggio dei nostri giorni ha persino una oggettiva difficoltà di essere compreso dal punto di vista lessicale).
Non c’è bisogno di una nuova Rosa Bianca, né di un nuovo piccolo partito popolare. Né semplicemente di confluire nel perimetro già angusto dell’Udc.
C’è invece bisogno di un grande polo degasperiano che sappia coniugare in maniera forte quel valore della responsabilità che è innanzitutto chiarezza di proposta, capacità di condivisione, attitudine al sacrificio della coerenza, coraggio nelle scelte.
C’è bisogno di un partito grande e nuovo. Un partito che sappia cogliere e valorizzare la “sapienza che viene dalle comunità”, perché è nei nostri paesi, nelle nostre città, nelle valli del nord e degli Appennini, nei borghi e nei distretti delle nostre regioni che noi dobbiamo – possiamo – trovare la forza per creare un’alternativa all’attuale sistema.
Nessuno oggi chiede a nessuno un passo indietro. Piuttosto, c’è bisogno che tutti possano fare un passo avanti. Anzi, chi ha la responsabilità del partito, ne deve far due, di passi avanti.
L'importante è non stare fermi, aspettando ciò che non arriva e ciò che non succede. Dobbiamo essere artefici del nostro futuro, perché dobbiamo sentire la responsabilità di essere artefici del futuro del nostro paese.
Io sono impegnato nell’Unione per il Trentino e sono qui in Alleanza per l’Italia NON perché credo che questi possano essere partiti utili a noi: sono dirigente dell’Upt trentino perché sono convinto che questo partito debba essere utile alla mia Comunità.
Sono in Api – per dirla con Degasperi – solo perché sono convinto che questo partito possa essere utile all’Italia.
Certo, con Alleanza per l’Italia – anche in recenti dichiarazioni – non sono stato tenero. Ho chiesto – a Parma, a Napoli ed in altre sedi – che questo possa essere un partito nuovo ed innovativo, anche dal punto di vista della forma partito.
Ho detto anche che Alleanza per l’Italia deve essere certo un partito nazionale. Ma un partito nazionale che parte dai territori – a piramide rovesciata -. che deve stabilire nella prima riga del proprio Statuto il fatto caratterizzante di essere un partito federale e confederale. O sarà così, o – purtroppo - non sarà.
Io sono un montanaro, ostinato come tutti i montanari. E conosco bene la differenza tra il piccone e la piccozza. Il piccone serve per distruggere, per abbattere.
La piccozza, invece, è uno strumento che offre sicurezza, assicura l'appiglio anche lungo il passaggio più difficile ed ardito. La piccozza è lo strumento che impedisce di finire nei crepacci – quando il sentiero è ghiacciato – che consente di far sicurezza per arrivare in vetta.
In vetta dobbiamo arrivarci tutti, non solo chi ha le condizioni più favorevoli.
Io, in questo momento, penso di interpretare il pensiero non solo degli amici del Trentino, ma anche di tanti amici del Nord che in questi mesi stanno vivendo – dopo Parma e dopo Napoli – una forma di grande spaesamento, di grande difficoltà, anche di una certa disillusione.
In Friuli, molti esponenti della liste civiche si sono allontanati, non condividendo alcune scelte: noi, però, non possiamo permetterci di perdere nessuno per strada.
La forza di un partito nuovo ed ambizioso è quello di includere, non di escludere. La forza è quella di mettere in discussioni leadership per condividerle. Non certo limitarsi a codificarle.
In Veneto, abbiamo perso l’opportunità di fare un nostro consigliere regionale. Ma quella non è stata la sconfitta di un amico – Marco Zabotti, che qui voglio citare e ringraziare – o di una piccola, fragile, neonata struttura di partito (alleata oltretutto con l’Udc). Nel collegio di Marco Zabotti, la lega ha avuto il 49 per cento! la Lega ha avuto il voto di un elettore su due.
Una Lega che non si limita solo a Veneto e Lombardia. Ma conquista il governatore in Piemonte, sfonda in Emilia Romagna e nelle altre regioni.
Io mi congratulo con gli amici della Puglia e della Basilicata che hanno ottenuto importanti riconoscimenti anche in termini di rappresentanza nelle assemblee regionali.
Nel contempo, l’idea di un grande partito nazionale non può non fare i conti con il Nord. E il Nord oggi – per sconfiggere la lega ed il Pdl – ha bisogno di strumenti nuovi anche nella elaborazione e della rappresentanza della politica.
C’è bisogno di una nuova forma partito, che garantisca il protagonismo dei territori. Ciò – per essere chiaro – che il Pd non riesce a fare per la sua stessa connotazione genetica centralista.
Lo possiamo, lo dobbiamo fare noi.
Lo dobbiamo fare perché bisogna porre nuove coordinate alla politica italiana: Coordinate che non possono non avere l’identità sull’asse delle ascisse e la territorialità sull’asse delle ordinate.
Viviamo in una società che è cambiata: una volta, in piazza, urlavano gli operai e gli impiegati. Oggi urlano i rappresentanti di Confindustria che si accodano al coro del Presidente del Consiglio per pagare meno tasse; vogliono pagare meno tasse. Giusto, paghiamo meno tasse, ma paghiamole tutti.
Dobbiamo cambiare il linguaggio e recuperare la sapienza delle comunità.
Il lavoro non è solo elemento della produzione: è la vita delle persone, è il futuro dei giovani, è l'angoscia del cinquantenne fuori dal circuito produttivo.
È l'ansia dell'impiegato intermittente (che non è la luminaria natalizia, ma è una sorta di quelle terribili rotonde stradali che sai quando entri ma non hai idea di dove uscire, semmai sarà capace di uscire: con il rischio di girare una vita attorno alla rotonda.
Dobbiamo parlare di welfare moderno e comunitario. Non per chi è garantito. Ma per chi non ha tutela.
Dobbiamo imparare da Obama la capacità di stabilire che ci vuole anche il coraggio di rivendicare il diritti di cittadinanza e non solo fermarsi ai problemi per definire i requisiti per la cittadinanza.
I problemi – è vero - non sono né di destra, né di sinistra. Ma le risposte sono diverse: e su questo si misura il vero bipolarismo che è entrato nella testa degli italiani.
Non è più quello tra destra e sinistra; ma quello tra riformisti e conservatori, tra chiusura e innovazione, tra moderazione e coraggio, tra centralismo e territorialità.
Noi dobbiamo saper partire da qui. Su questa strada, sapremo ripartire soprattutto dal Nord dove – lo dico per evitare equivoci – l’idea del territorio è intesa come Heimat e non come entità politica astratta.
Per essere chiari: come idea da portare avanti attraverso il sorgere e il maturare di esperienze politiche legate al territorio, NON come mito, ma come luogo di tutti i giorni.
In questa direzione va maturando peraltro anche una larga fascia della sensibilità della Lega che sta ritrovandosi - oggi, non a caso - su posizioni territoriali più concrete di quelle propagandistiche della secessione.
Su questo, il Nord che già prima della nascita di Alleanza per l’Italia aveva iniziato un percorso di messa in rete di esperienze territoriali ed esperienze civiche credo sia importante che possa proseguire una riflessione che è a favore di un rafforzamento di Api come partito che riesce a scommettere su strade nuove.
Su questo sarebbe opportuno organizzare in tempi rapidi, a Brescia o a Treviso, un momento di incontro tra tutte le esperienze che hanno dato viva in estate a quell’Appello dei Territori che può essere l’embrione della presenza al Nord di Api come partito nuovo e delle novità.
Un partito nazionale, federale e confederato.
Un partito che riconosce la più ampia autonomia alle realtà regionali: organizzativa, finanziaria, politica e statutaria (anche diversa da quella prevista dallo Statuto nazionale).
Un modello di forma partito a “piramide rovesciata” dove le realtà regionali assumono un protagonismo statutario e politico per ogni scelta a dimensione territoriale.
Certo, un partito nazionale, coerente ad ogni livello con i principi ispiratori. Ma capace di rispondere a quell’esigenza di politica vicina alla gente che è il valore della politica territoriale.