LORENZO DELLAI - 29.01.2010
I LIMITI DEL PD. LETTERA APERTA A BERSANI
Nessun cittadino che speri nella chiusura del ciclo berlusconiano e della sua ancora solida presa di consenso nel Paese può ignorare o sottovalutare il difficile momento del Partito Democratico. Ciò vale anche per chi, come me, non ha mai aderito a questo partito.
Seguo con sincera e mai nascosta simpatia il lavoro di Pierluigi Bersani e il suo approccio “realista”, l’unico possibile in questa situazione. Emerge però, con drammatica evidenza, una deriva sostanzialmente fuori controllo, che non ha origine da fatti o comportamenti contingenti, ma da un “cedimento strutturale”. I problemi del Partito Democratico sono quotidianamente analizzati e sezionati, talvolta con gusto quasi sadico, da molti osservatori del centro sinistra. Di volta in volta si mette in evidenza una spiegazione che sembra prevalere sulle altre: fino alla spiegazione successiva e a quella successiva ancora.
Si va dal presunto “deficit di coraggio” alla contestazione della classe dirigente (che invece, mediamente, non è affatto di minore qualità e capacità rispetto ad altri partiti). Nessuna di queste spiegazioni riesce però a cogliere la vera origine dei problemi, che consiste nella crisi strutturale dell’ipotesi politica sulla base della quale è nato il Partito Democratico e in base alla quale si è impostato il gioco di relazione con il campo avverso.
In una ipotizzata architettura sostanzialmente bipartitica del sistema, il Partito Democratico è nato per rappresentare tutte le principali culture ed idee democratiche e riformatrici del Paese con le loro evoluzioni e i loro aggiornamenti.
Questa idea di fondo si è incarnata, nella fase costituente del Partito, nella interpretazione veltroniana della “vocazione maggioritaria”.
La vittoria di Bersani al Congresso ha messo in discussione questa interpretazione ed ha archiviato, nelle intenzioni e nelle dichiarazioni, la presunta autosufficienza del Partito. L’idea di Bersani è molto più “coalizionale” e, attraverso una nuova strategia di alleanze, punta a costruire una “alternativa a Berlusconi” dentro la quale, come spesso dice, tutti i partners si possano sentire ugualmente vincitori.
Ci sono però due problemi che costituiscono ostacoli rilevanti su questa strada. Il primo problema è che una buona parte del Partito e, soprattutto, l’intero impianto delle “regole” di funzionamento interno, hanno ancora come riferimento la logica dell’autosufficienza e lo schema tendenzialmente bipartitico.
Emblematico è, in questo senso, il ruolo delle cosiddette “primarie”, strumento perfettamente coerente in un sistema bipartitico come quello americano ma difficilmente conciliabile con una idea di Partito “non leggero” e soprattutto con un profilo coalizionale della politica. Il secondo problema è ancora più “strutturale”.
La “vocazione maggioritaria” è stata superata sul piano della tattica elettorale ma non ancora sul piano della visione politica. Si è preso atto, cioè, della non autosufficienza elettorale ma si è ancora lontani dal prendere atto della non autosufficienza politica.
Uno dei limiti di tutta questa fase, per altro poco edificante, di preparazione delle prossime elezioni regionali si misura proprio nell’approccio eminentemente “tattico” ed elettorale che caratterizza i rapporti tra il Partito Democratico e l’UDC. La tesi prevalente è che “serve l’UDC per battere il Centrodestra”. In qualche realtà regionale questo potrà anche essere vero; ma non può essere questo l’approccio strategico, anche perché così si legittima la teoria banale dei “due forni”.
Ciò che manca al Partito Democratico non è solo un insieme di alleati che gli consentano di superare il differenziale numerico rispetto al Centrodestra ma piuttosto una nuova architettura politica del sistema italiano, che archivi definitivamente la deriva bipartitica e riproponga il tema di una alleanza plurale tra le grandi culture democratiche, liberali, popolari del nostro Paese.
Ovvio che ciò mette in discussione tutto il percorso di questi anni. Il Partito Democratico, superata la suggestione “americana”, sarebbe chiamato a dare contenuti, linguaggi, prospettive di novità al termine “sinistra”, termine che in una società complessa e in un’epoca di grandi e radicali trasformazioni, dovrebbe essere ripensato e rigenerato, ma non archiviato.
Analoga sfida sarebbe posta al cosiddetto “centro”, chiamato, a sua volta, a reinterpretare le sue culture politiche, ad uscire dal gioco tattico, di corto respiro e soggetto al rischio del fondamentalismo identitario, per recuperare, sottraendola dalla deriva berlusconiana e leghista, la capacità di interpretazione e di indirizzo di una larga parte del tessuto sociale del Paese. Quel tessuto sociale che di sinistra non è, ma che, per questo, non può essere consegnato alle parole d’ordine ed alle insegne di un Centrodestra lontano mille miglia dai profili civili e politici di quelle che furono in passato le forze cattoliche e laiche del “centro”.
Se non si apre una prospettiva di questo tipo, il cedimento strutturale del centrosinistra sarà progressivo ed inesorabile, così come inesorabile sarà il crescere della distanza tra la società italiana e la sua rappresentazione politica, col rischio che la prima sia sempre più “sola” e frammentata e la seconda sempre più mediatizzata e in preda ad una permanente campagna elettorale ove prevalgono le pulsioni più populiste.
Va da sé che, in questa prospettiva, si pone la necessità di un forte impegno per la riforma del sistema elettorale.
Si dovrebbe rilanciare senza timori l’idea di una riforma costituzionale, per completare ed integrare la riforma del Titolo V del 2001 e - in questo contesto - negoziare, con chi ci sta, un nuovo sistema elettorale capace di raccordare l’esigenza della governabilità e della stabilità con quella della rappresentanza plurale delle culture politiche, oltre la suggestione perniciosa del bipartitismo o del bipolarismo “imposto” come presupposto e non come frutto di un processo di convergenza politica e programmatica. I segnali non sono incoraggianti, tutt’altro. Ma non ci sono alternative.
