LORENZO DELLAI - 15.01.2010
LA LEGA NON HA NULLA DEL CRISTIANO
La vicenda dell'omelia del parroco di Mori don Tarcisio Guarnieri, duramente criticato dalla Lega Nord, non rappresenta soltanto l'ennesima polemica estemporanea fra qualche esponente politico e il mondo ecclesiale. Dietro ad essa si intravedono infatti le contraddizioni di una realtà culturale e sociale mutevole, confusa, «liquida», direbbe il sociologo Zygmunt Baumann, una realtà in cui persino i punti di riferimento che ritenevamo incrollabili cambiano di posto o di segno. Da sempre il Trentino sostiene che la sua Autonomia si coniuga ad un'idea di responsabilità e di solidarietà diffusa; quella solidarietà che ha spinto ad esempio oltre 2.700 volontari ad impegnarsi per tutto il 2009 a fianco delle popolazioni terremotate dell'Abruzzo, quella solidarietà di cui si è parlato ieri a Roma nell'ambito della Josp fest, assieme ad alcuni testimoni autorevoli fra cui padre Fabio Scarsato, parroco e guardiano della comunità francescana di Sanzeno, anch'egli in passato oggetto di una polemica con la forza politica di cui sopra.
Pare tuttavia che nulla possa essere dato per scontato; alcuni pilastri su cui si fonda la salute della nostra comunità e lo stato della nostra convivenza devono essere continuamente sottoposti a manutenzione, affinché mantengano tutta la loro robustezza. Non dobbiamo stancarci di farlo, perché è da essi che dipende, in ultima analisi, il nostro stesso futuro. A volte risulta invece davvero difficile comprendere quale sia il filo conduttore che tiene assieme iniziative incoerenti, che rimandano a valori e a scenari che avremmo giudicato tra loro incompatibili. La Lega Nord, nell'inseguire una notorietà mediatica che necessita di stimoli sempre più eclatanti, non sembra affatto turbata dal voler mettere assieme cose assai lontane tra loro, se non diametralmente opposte. Ciò vale sia per le vicende nazionali sia anche per quelle più «domestiche», laddove, ad esempio, i politici leghisti si ergono a paladini dell'identità cristiana facendosi al tempo stesso portatori di pensieri e di comportamenti difficilmente riconducibili a tale identità. Abbiamo quindi da un lato - per citare solo alcune campagne recenti - una Lega Nord che si trova a fianco di chi si batte contro l'aborto, e che decide di donare dei presepi alle scuole trentine, lamentando - inopinatamente - il silenzio del nostro vescovo su questo tema come pure su quello, ancora più delicato, dei crocifissi nei luoghi pubblici; dall'altro una Lega Nord che si oppone «vigorosamente» (anche con gesti del tutto in linea con certi eccessi del circo mediatico, pensiamo alle «sagre suine» sui terreni dove dovrebbero sorgere delle eventuali moschee) all'esercizio del diritto di culto da parte delle persone di fede musulmana o che propone una sorta di «patente etnico-religiosa» per i lavoratori delle pulizie che puliscono i suoi uffici. Ora, non c'è chi non veda come ridurre il numero degli aborti sia un impegno giusto e condivisibile, impegno che peraltro le istituzioni si sono assunte fin da quando la materia venne disciplinata con apposita legge; parimenti, è difficile contestare il fatto che il presepe è una tradizione radicata nella nostra cultura, e che essa - come confermato da autorevoli esponenti della comunità islamica - viene generalmente considerata con favore anche da chi non è di fede cristiana. Credo sia però abbastanza ovvio - tanto ai credenti quanto ai non-credenti - che il messaggio cristiano, quello universalmente noto e universalmente praticato, è un messaggio che va ad abbracciare tutti gli uomini e tutte le donne, a prescindere dalla loro razza, dalla loro fede, dalla loro condizione sociale.
«Ama il prossimo tuo come te stesso» è piuttosto chiaro in proposito, così come il comportamento tenuto da Gesù nei confronti dei peccatori di ogni sorta. Se questa è la nostra matrice culturale, essa dovrebbe ispirare azioni improntate non solo al rispetto dell'altro e alla tolleranza, ma alla solidarietà e all'amore per il proprio prossimo. Azioni un po' lontane da chi alimenta ad ogni piè sospinto il sospetto nei confronti di coloro che pregano o parlano o scrivono o si vestono in maniera diversa dalla nostra; comportamenti sconosciuti a chi vive la propria appartenenza culturale solo in termini di chiusura verso tutto ciò che è altro da sé, se non di aperta ostilità. Del resto, le strane commistioni che la nostra era postmoderna rende possibili non si fermano qui. Quanto delle nostre radici è presente in un'entità evanescente come la «Padania»? Quanto delle nostre radici è presente nelle ampolle con l'acqua del Po? Le contraddizioni di chi si erge a difensore dell'identità appaiono qui in tutta la loro enormità; del resto sappiamo da sempre che accanto ad un'identità reale, fondata sulla lenta stratificazione di valori, attitudini, modi di essere, ve ne possono essere molte di fittizie.
A volte per fortuna innocue, a volte pericolosissime, se alimentano pulsioni xenofobe o etnocentriche; ed è appena il caso di ricordare che la storia recente - anche in terre a noi vicine come i Balcani - ci ha fornito esempi tristemente eclatanti di dove possano portare certe derive. Chi è sicuro delle proprie radici e dei propri valori di riferimento non ne è continuamente ossessionato, non pensa alla propria identità dalla mattina alla sera. Ed è capace di accogliere quel che c'è di buono nelle altre culture pur rimanendo se stesso. E mi conforta pensare che in fondo il Trentino in questi anni ha dimostrato proprio questo: di essere una terra capace di aprirsi, di accogliere, di dialogare con il resto del mondo, di essere solidale con altre terre e altri popoli, pur senza snaturarsi. Pur rimanendo fedele alle proprie fonti di ispirazione più vere e più profonde.
L'ADIGE
