LORENZO DELLAI - 09.09.2008

L'autonomia fa crescere la scuola

Egregio direttore, che il tema della scuola e del suo futuro compaia frequentemente sulle colonne del giornale da Lei diretto non può che farmi piacere. Lo ritengo un contributo utile al dibattito che abbiamo voluto con forza per disegnare un nuovo, moderno volto al complesso «sistema educativo», così come utile ritengo sia il tentativo di interpretare quel senso di incertezza e talvolta di malessere che sempre accompagna i grandi processi di trasformazione. Non posso condividere tuttavia la tesi che il Suo editoriale di domenica scorsa sembra sostenere e cioè che «si stava meglio quando si stava peggio». Era meglio confrontarsi cioè con un «Ministero» di stanza a Roma, perché più lontano e meno invadente. Osservo che il pregiudizio centralista e antiautonomista è veramente duro a morire.

Infatti, c'è voluta una lunga battaglia politico-istituzionale per rompere, non ancora del tutto, il «tabù» in base al quale solo «Roma» può garantire una gestione politica «non invadente» della scuola in tutti i territori italiani. Una lunga battaglia che ha visto protagonisti i personaggi più importanti della nostra classe dirigente, da Remo Albertini, a Bruno Kessler, a Giorgio Grigolli, ma che sovente ha dovuto registrare l'ostilità se non lo scetticismo di non pochi circoli intellettuali, portatori dell'antica credenza in base alla quale la nostra autonomia non si sarebbe potuta spingere fino al punto da «mettere le mani» in settori delicati come quelli della scuola. Ebbene, l'autonomia del Trentino può essere gestita bene o male, ciò non di meno essa esprime la democrazia e la libertà del nostro popolo. E se la ritenessimo per definizione non idonea ad occuparsi di scuola, dovremmo concludere che è inidonea anche ad occuparsi di tutte le altre grandi e significative competenze connesse con la vita materiale e non materiale della comunità. Eccomidunque qui a precisare ancora una volta la posizione della Provincia autonoma a riguardo delle ultime decisioni del Consiglio dei Ministri, decisioni che, attraverso le recenti cronache giornalistiche si sono colorite di esternazioni politiche le più disparate. Ho letto anch'io, ovviamente, di proposte e osservazioni pronunciate da presidi in pensione, o da impiegate amministrative, pure in pensione, in odore di candidatura nelle liste avversarie alla mia coalizione. Ma se - al contrario - non la si vuole «buttare in politica», noto che il Suo stesso giornale ha recentemente ospitato alcune riflessioni di presidi in servizio, (cito in particolare Ivana Pulisizzi e Agostino Toffoli, stimati professionisti che non hanno certo paura di esprimersi), che hanno proposto ragionamenti molto interessanti, anche problematici o critici sulla situazione attuale, senza per questo venir meno ai doveri di responsabilità di chi svolge funzioni importanti e delicate all'interno della scuola trentina. E così è stato anche durante il dibattito in tema di esami di riparazione. Al di là di queste prese di posizione, io stesso ho più volte sostenuto la necessità di elaborare rapporti di nuova concezione tra Giunta provinciale e Sistema scolastico trentino. Ne accenno, pur sinteticamente, anche nel libro-intervista che ho recentemente pubblicato. In verità l'esercizio delle competenze speciali in materia di scuola è un fatto relativamente recente per la Provincia autonoma di Trento.

Dunque, abbiamo bisogno di elaborare un sistema di rapporti capace di valorizzare sia il ruolo di governo della Provincia sia il valore dell'autonomia degli Istituti scolastici ed il principio della partecipazione responsabile di tutte le componenti della comunità scolastica. Vorrei però che qualche polemica contingente non travolgesse l'importanza di un percorso di partecipazione che va certamente ripreso e rafforzato, ma esiste nell'attuale realtà ed è interpretato da tantissimi presidi e tantissimi insegnanti che magari non hanno né la voglia né l'opportunità di essere considerati interlocutori dal sistema di comunicazione. Se così non fosse, se veramente la caricatura di una scuola trentina appiattita sul potere e mortificata nelle sue libertà corrispondesse alla realtà, noi non saremmo, come invece siamo, costantemente nelle primissime posizioni in tutte le classifiche di qualità; non saremmo ritenuti un sistema scolastico all'avanguardia in moltissimi settori di attività; non avremmo neppure lontanamente la forza di aprire, senza tante difficoltà e senza nessun isterismo, piste di lavoro talvolta anche diverse (per fortuna) dal sistema nazionale.

In ogni caso, pur in questo quadro estremamente positivo, non mi sfuggono certo i disagi e le preoccupazioni del mondo della scuola. Sono però convinto che disagi e preoccupazioni potranno trovare adeguata risposta nel completamento del progetto di autonomia degli istituti; nel nuovo futuro contratto di lavoro per gli insegnanti; nell'investimento massiccio in iniziative e strumenti di formazione; nella stessa fase di confronto in tema di nuovi piani di studio e di innovazione delle metodologie didattiche. Ed è a questa fase di profondo «rinnovamento dal di dentro» della scuola trentina, che si deve guardare anche per trovare la giusta risposta al dibattito un po' forzato di queste ultime settimane attorno alle recenti decisioni del Governo nazionale.

A fronte di un decreto legge con il quale il Governo nazionale ha stabilito il principio della bocciatura per voto insufficiente in condotta anche nella scuola dell'obbligo, senza minimamente confrontarsi con il mondo della scuola e per ragioni evidentemente demagogiche, io ho affermato e ribadisco che in Trentino non siamo obbligati a recepire queste disposizioni; che il Governo provinciale ritiene giusto l'obiettivo di stimolare comportamenti più responsabili dentro le scuole ma ritiene culturalmente e pedagogicamente sbagliato lo strumento individuato; che, in ogni caso, si intende acquisire l'opinione del mondo della scuola prima di adottare qualsiasi decisione definitiva. Anche per quanto riguarda l'improvviso annuncio nazionale circa il ritorno all'insegnante unico nelle scuole elementari, ho detto e ribadisco che il problema non è sostituire modelli a modelli, ma capire che le risorse umane degli insegnanti vanno messe a frutto, nella scuola, con flessibilità e senza ideologismi, in modo adeguato e coerente rispetto al progetto formativo che ogni istituto elabora in ragione della propria autonomia.

La scuola trentina non intende adottare modelli diversi da quelli attuali solo per ragioni ideologiche o economiche: intende far evolvere l'organizzazione didattica della propria attività in modo da corrispondere più compiutamente ai fabbisogni formativi dei ragazzi. Per questa ragione, per prima cosa ridefiniremo i piani di studio; poi esamineremo le esigenze di innovazione nel metodo didattico; infine decideremo se sarà opportuno o necessario riarticolare l'organizzazione della docenza. Ma tutto questo avverrà attraverso la ricerca di un equilibrio virtuoso tra intenzionalità politiche e condivisione attiva del mondo della scuola.