GIORGIO LUNELLI - 22.05.2012
Tutti a stupirsi della vittoria del candidato di Beppe Grillo al comune di Parma. Tutti, ma non quelli che a Parma ci abitano. Perché tutto era annunciato: la sconfitta del candidato del Pd, il prevalere non di una proposta “anti” politica, bensì di un’ “altra” politica.
Parma è una città importante sul fronte delle novità politica. Fu la prima, negli anni Novanta, a segnare la fine delle “amministrazioni rosse” in una regione storicamente a guida della Sinistra: Elvio Ubaldi, con le sue liste civiche, anticipò la svolta di Guazzaloca a Bologna. A Parma – capitale europea dell’alimentazione – non vota il popolo degli arrabbiati, le scelte sono ragionate. Spesso anticipatrici di una tendenza.
Il Partito democratico – mi aveva spiegato la settimana scorsa un amico parmense anticipandomi il risultato del ballottaggio – ha fatto una scelta in chiave partitica, tutta interna, secondo logiche ormai vecchie, senza comprendere la fame di “nuova politica” che emerge in una città che l’ultima giunta berlusconiana aveva saccheggiato, lasciando una montagna di debiti prima di essere cacciata a casa. Le gente, però, non sembra saper più distingue tra destra e sinistra: la destra ha fatto male, ma la sinistra fa parte dello stesso sistema. Dunque, avanti il nuovo, anche se ha la faccia di Beppe Grillo.
Il Movimento Cinque Stelle vince a Parma, a Mira (nel veneziano) e a Comacchio. Al Nord è un fenomeno che sarebbe sbagliato considerare come frutto della contingenza: c’è qualcosa di poderoso nell’affacciarsi di questa realtà – sinora più virtuale che reale – sullo scenario politico proprio mentre sta tramontando il Sole delle Alpi e Alberto da Giussano deve deporre lo spadone: gli uni (i grillini) non sostituiscono gli altri (i leghisti), ma una nuova offerta politica trova consenso rispetto ad una domanda rimasta immutata.
Il Nord sempre più dominato dallo spaesamento, dalla paura del domani, dalla rabbia e dal rancore (per citare Aldo Bonomi) cerca una nuova strada e i partiti non sembrano capaci di comprendere questo bisogno di politica diversa. Certo, il Pd ha fatto un buon bottino di sindaci, grazie al doppio turno e al largo astensionismo. Ma il risultato di oggi non deve illudere: il Pd non è riuscito ad offrire al Nord una proposta coinvolgente, capace di prendere il posto dell’asse Berlusconi-Bossi che ha dominato la scena per vent’anni e che, a suo tempo, aveva preso il posto della balena bianca democristiana.
Chi saprà offrire una politica convincente al Nord, guiderà il Paese. E’ sempre stato così. C’è solo da sperare che la proposta riformista sappia intrecciarsi con quella popolare e territoriale. Con un modo diverso di intendere la politica: più serio, meno nostalgico, più efficace e meno ideologico, che cammina con le gambe delle persone e non con le bandiere da sventolare. La crisi è come un cane rabbioso che morde ogni cosa: i partiti non possono far finta di niente.