Antonio Merlino - 23.01.2012

Monti, Lentino e il giovanilismo

Antonio Gramsci diceva che ogni generazione ha il dovere di conformare a sé quella successiva. Non lo diceva un bigotto reazionario: a scriverlo era uno studioso serio e un uomo politico coraggioso, purtroppo ormai ridotto ad icona, poco letto, ma molto citato. La retorica della crisi porta con sé un sacco di buoni propositi e una serie di ricette che ci spiegano ogni giorno cosa fare per uscirne.

Tra questi magici intrugli ve n’è uno curiosissimo: il giovanilismo. Pare che per legittimare il nuovo corso occorra puntare sui giovani. Non c’è partito politico che non si prepari a infilare nelle proprie schiere di candidati un certo numero di giovani (o che per lo meno abbiano l’aspetto giovanile. Come si sa, tutto è relativo: la generazione di Gramsci e persino quelle successive avrebbero considerato un trentenne un uomo maturo. Ma i tempi sono cambiati e noi preferiamo considerare dei ragazzini anche coloro che si affacciano alla soglia dei quaranta). Insomma: essere giovani sta diventando un valore in sé. Persino il presidente del Consiglio ha offerto il fianco a questa retorica giovanilistica e di recente ha dichiarato di essere molto grato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano da una parte e dall’altra a uno sconosciuto giovanissimo di adozione trentina, dei cui meriti non si sa molto.

 La retorica giovanilista si riduce più o meno a questo: la vecchia guardia ha fallito, occorre aria nuova e quindi fare largo ai nati non prima del 1970 (per stare larghi). Come ogni retorica, essa si nutre di concetti neutri e assoluti, in fondo privi di ogni contenuto. “Giovani in politica” di per sé non vuol dire niente: un giovane può essere infatti portatore di idee intelligenti e utili alla comunità in cui vive, ma può essere anche un perfetto idiota, una marionetta nelle mani di qualcuno, che coltiva idee ricevute o che non ne coltiva per nulla. E cosa lo distingue dunque da un meno giovane, se non il dato anagrafico?

 La crisi attrae a sé chi è pronto a cavalcarne la tigre. Della retorica occorre sempre diffidare, perché dietro ai suoi concetti generali e vuoti di pensiero nasconde la sostanza delle cose. E se si guarda alla sostanza delle cose, si svela la domanda decisiva: chi sono questi giovani? Da dove vengono? Dove si sono formati? Che idee portano con sé?

A volte si ha l’impressione che essi raccolgano l’eredità di quella stessa classe politica duramente e giustamente al centro di tanto biasimo e che la logica autentica camuffata dalla retorica giovanilista sia quella stessa logica partitocratica, che è la malattia oggi più grave del nostro Paese. Al centro della crisi sta la perdita di consapevolezza dei concetti alla base della nostra democrazia e delle nostre istituzioni: recuperare il senso di quella tradizione è il compito più urgente.

Per farlo occorre una classe dirigente disposta a sacrificare il proprio interesse per il bene comune, a cominciare dalla legge elettorale, e occorre una rigenerazione morale e culturale: le idee, se sono buone, non hanno età. Una tradizione politica e giuridica noi l’abbiamo, ma tendiamo a relegarla nell’oblio. E così tradiamo proprio l’insegnamento gramsciano, che raccomandava alle nuove generazioni di rimanere idealmente legate a quelle precedenti.

Non ci sono epoche in cui tutto è marcio ed epoche in cui tutto è dorato: in ogni epoca ci sono esempi di coraggio civile e di responsabilità morale. Davanti ai nostri occhi abbiamo lo spettacolo indecente di una classe politica maleodorante: ma a emanare olezzo non è la sua età anagrafica, ma le leggi che approvano e la tendenza costante a mantenere lo status quo, mascherandolo magari sotto le mentite spoglie di una svolta generazionale. La svolta, ammesso che mai ci sarà, deve riguardare le idee, deve essere un fatto di pensiero e di azione, non di età. Se essa si limiterà al dato anagrafico, allora sarà l’ennesimo inganno di questa classe politica, che perpetuerà la sua esistenza passando il testimone ai “suoi” giovani, schierati in campo ad arte per mettere in vetrina un cambiamento che non c’è.


 Non si tratta in questo caso di “aria nuova”. L’aria, purtroppo resta la medesima e non odora di buono.

TRENTINO