Lorenzo Dellai - 23.01.2012
Egregio direttore, nel suo editoriale di ieri ha voluto rivolgere una sorta di appello al dialogo ed al buon senso a proposito della discussione sul nuovo statuto della nostra Università, dopo la delega di funzioni dallo Stato alla Provincia.
Apprezzo lo spirito di quanto da lei scritto e ne condivido l’impostazione. La questione, infatti, non riguarda solo gli equilibri di potere tra la Provincia e l’accademia.
Se la Provincia avesse solo voluto avere più potere di condizionamento verso l’Ateneo, avrebbe semplicemente usato la leva del sostegno finanziario discrezionale, attendendo “al varco” presidi e professori alle prese con le restrizioni negli stanziamenti statali. Non ci è mai interessata questa prospettiva, tanto che ancora in “epoca Egidi” abbiamo deciso che le risorse aggiuntive della Provincia dovessero essere garantite non attraverso rapporti di negoziazione singola, ma con un Accordo di programma pluriennale definito di comune intesa dagli organi collegiali dei due Enti. E - detto per inciso - quasi tutte le piste didattiche e di ricerca più prestigiose e riconosciute a livello internazionale sono state promosse proprio attraverso questo Accordo, vincendo non di rado le resistenze conservative interne al Corpo accademico.
A noi interessa (spero di non dover dire interessava) concorrere a costruire un nuovo modello di Università pubblica, inserita nella rete statale, ma territoriale ed internazionale; con una governance nuova, con buona pace del citato Federico II del 1158. Una Università capace di integrarsi con la rete degli istituti di ricerca, in modo da costituire con essi, nel rispetto dei ruoli, un sistema forte e competitivo a livello globale. Consapevole di dover concorrere con la Pubblica amministrazione e con le imprese alle concrete strategie necessarie per supportare lo sviluppo dell’economia locale ed il lavoro dei giovani. Argomenti, questi, quasi totalmente assenti nel dibattito a tratti autoreferenziale sullo Statuto dell’Ateneo. E misteriosamente assenti anche in molti commenti al riguardo registrati sulla stampa da parte di alcuni osservatori rigorosi solamente quando si rivolgono alla”casta politica”.
In ogni caso, consapevoli della fase di progressiva restrizione delle risorse pubbliche e della necessità per il Trentino di uno scatto di dinamismo e di competitività nonché dei processi di forte selezione già iniziati nel mondo accademico europeo (cosa che non consente a nessun ateneo di dormire sugli allori) abbiamo voluto dallo Stato la delega sull’Università non per un capriccio di potere ma per un disegno ambizioso e di lungo periodo. Un disegno che però presuppone necessariamente atti coraggiosi e coerenti da parte di tutti gli attori. Certo da parte della Provincia, che poteva chiedere deleghe più spendibili anche elettoralmente nel breve periodo ma non lo ha fatto, impegnandosi - se il disegno non deraglia - ad investire crescenti risorse pubbliche nei settori del sapere e della ricerca, proprio mentre l’opinione pubblica, preoccupata dalla crisi, e l’onda populista spingerebbero in altre direzioni. Provincia, inoltre, che deve garantire, come ha fatto fino ad ora, chiarezza di indicazioni strategighe e personalità autorevoli nei ruoli di governance ad essa spettanti in università.
Il disegno presupponeva però anche da parte dell’Ateneo disponibilità al cambiamento e coraggio nel mettere in discussione gli equilibri e i sistemi di potere consolidati, oltre ogni paura e oltre ogni pulsione corporativa. Stando a quanto si osserva nelle ultime settimane, le cose per l’Ateneo non stanno affatto in questi termini. Dobbiamo incominciare a prenderne atto con infinito rammarico ma anche con realismo. Non voglio ora tirare conclusioni definitive, tuttavia sorge il dubbio che forse abbiamo fissato l’asticella troppo in alto. La sfida ambiziosa che abbiamo pensato di lanciare richiede una soglia minima di consenso e di convinzione, non si vince per decreto. Forse allora l’asticella va abbassata di molto; l’ambizione ridimensionata; l’orgoglio per un progettato scatto in avanti va ricondotto più prosaicamente ad una buona normalità.
Si potrà dire che di questi tempi è già molto. Vero, ma per questo non servono atti innovativi e forti come la delega delle funzioni (da qualcuno ritenute quasi sacrali) dallo Stato alla Provincia. Se la prospettiva è una buona normalità, forse allora è meglio ripristinare anche la normalità istituzionale. Cosi l’accademia si sentirà più “libera” perchè si rapporterà sia per la governance sia per le risorse finanziarie con Roma (che è più lontana) e la Provincia non verrà accusata di aggredire la libertà dell’Ateneo, cosa che qualcuno potrebbe anche interpretare come pretesa di fare quel che si vuole usando le risorse della comunità.
Il Trentino in ogni caso ha assoluto bisogno di uno scatto in avanti sul piano del sistema dell’alta formazione, della ricerca e dell’innovazione; ne ha bisogno per il suo futuro economico e per le sue nuove generazioni. Noi abbiamo sempre pensato che l’intero Ateneo potesse e dovesse essere parte essenziale di questa scommessa “non normale” coerente con il tempo “non normale” che ci sta difronte. Ma ovviamente non possiamo e non vogliamo imporre niente a nessuno. Valuteremo serenamente gli sviluppi dei prossimi giorni, nella speranza “ultima a morire” di aver inteso male e di aver letto impropriamente i segni. E se il sentiero risulterà impercorribile, ne cercheremo un altro.
TRENTINO