SIMONE CASALINI - 02.09.2010

I PARTITI E LA SOCIETÀ

I partiti sono il bersaglio privilegiato delle frustrazioni della società. Da un certo punto di vista, è sempre stato così ma questo livore ha assunto toni crescenti con il disfacimento della Prima repubblica, il collasso del sistema politico e l’apertura dell’inchiesta «Tangentopoli». Dagli anni Ottanta in poi è stato un susseguirsi di eventi dequalificanti, non tutti riconducibili alla politica. È cambiata la società, le prospettive individuali hanno ridotto a colabrodo i grandi afflati collettivi e piano piano è venuta persino meno la capacità di immaginare il futuro. Siamo prigionieri di parole fasulle: la qualità del discorso è il primo indice dello stato di salute di un popolo, di uno Stato. La nostra qualità èmodesta.
Così è abbastanza facile prendersela con i partiti. Nell’imminenza delle elezioni per la comunità di valle il ritornello si è riaffacciato tra i flutti del discorso. Le accuse sono più o meno quelle di sempre: i partiti si spartiscono la torta, decidono nel chiuso delle segreterie, sono gruppi oligarchici aggrappati al potere. Per carità, in alcuni casi è accaduto anche questo. Istituire, però, un parallelo con ciò che accadeva all’apice del crollo della Prima repubblica non solo è fuorviante ma fa parte di quel qualunquismo strisciante che da sempre caratterizza il dibattito pubblico. Semmai il problema è contrario: i partiti hanno subìto una spallata fondamentale per una serie di ragioni politiche, sociali e culturali e oggi la politica appare dominata da frammenti di potere (il rafforzamento dei ruoli monocratici, i comitati di protesta, gli interessi economici o lobbistici), ognuno dei quali agisce in un’ottica monodimensionale. E soprattutto si attivano quando conviene: dove sono finite tutte quelle esperienze di comitati, sottocomitati, movimenti di protesta capaci di grandi strilli per allontanare il pericolo dal proprio giardino per poi eclissarsi quando la sfida è più grande?

Se i partiti sono uno strumento imperfetto e in declino c’è da chiedersi chi si farà carico di organizzare il sociale. Un tribuno, un comico con lo yacht oppure un giornalista di quelli che vanno di moda adesso? Speriamo nulla di tutto questo perché ciò che manca non sono leader o aspiranti caudilli ma una società responsabile che si faccia carico delle dinamiche future, magari cambiando quelle attuali. Questo in parte avviene nella quotidianità di molti che si prestano ai servizi più diversi per la collettività, ma non ha trovato un convincente sbocco nella partecipazione al pubblico. Magari i partiti non saranno più sufficienti da soli a rappresentare la società, tuttavia possono ancora essere uno strumento di azione nel reale. A patto di diventare case più accoglienti dove il reciproco percorso di crescita sia prevalente rispetto alle ambizioni personali. Qualche passo è stato fatto, chissà che la dimensione delle comunità di valle non si riveli politicamente ideale per riprendere in mano quel filo interrotto e riannodarlo con le esigenze del futuro. Contare su una dimensione sempre più ampia di società (o, in altri termini, su una classe dirigente diffusa) è il primo antidoto contro il depauperamento del discorso. In fin dei conti la scarsa qualità della classe politica altro non è che un riflesso del declino della società.
 

CORRIERE DEL TRENTINO