ALBERTO FAUSTINI - 26.05.2010

L’amico-nemico della porta accanto

Se Degasperi è stato il Trentino e l’Italia della rinascita, il ponte fra storie, mondi e culture, Silvius Magnago è stato il Südtirol. E’ stato l’essenza dell’Autonomia dell’Alto Adige. Ha rappresentato le radici, l’heimat, il territorio, le opzioni, le battaglie, le sconfitte, la rivincita. Il suo volto, il suo corpo, le sue stampelle, la sua unica gamba (l’altra la perse sul fronte russo), la sua aria ascetica, sono stati a lungo la geografia profonda e l’anima più intima e recondita di un territorio.
 

Per Bolzano e per l’Alto Adige, Magnago è stato l’eroe, il capitano coraggioso, l’invincibile, fermo e infaticabile condottiero. Per Trento e per il Trentino, è stato invece una sorta di nemico: l’uomo del los von Trient.
 Quell’intransigente “via da Trento” gridato da Magnago, non fu solo un motto capace di entusiasmare 35 mila tirolesi. Fu anche una ferita difficile da rimarginare. In particolare negli anni di una Regione, guidata dal trentino Odorizzi, che non seppe sintonizzarsi con l’Alto Adige, né costruire un dialogo vero. Il confronto, minato all’origine, non è infatti mai stato - né forse mai sarà, al di là degli stagionali e non sempre ricambiati innamoramenti del Patt e di alcuni presidenti trentini - paritario e sincero fino in fondo.
 Los von Trient e l’oceanico raduno di Castel Firmiano del 1957 furono l’affermazione e l’agognata emancipazione dell’Alto Adige, l’inizio di una nuova stagione dell’Autonomia. Anzi: delle Autonomie, che nel’72 diventarono due, strappate alla Regione e date alle due Province.
 Una grande vittoria, quella, che segnò però anche una sconfitta. Perché, come ben intuì Alcide Degasperi firmando l’accordo con il ministro degli esteri austriaco Gruber, è nel Trentino Alto Adige - inteso come unico territorio di confine - che vive e germoglia l’autentica specialità dell’Autonomia di oggi e di domani, il vero laboratorio che va dalla convivenza al federalismo reale, dal confronto all’idea innovativa di gestione, a più livelli, di un territorio.
 

La sempre più netta divisione fra le due Province, che dal punto di vista amministrativo e istituzionale sembra inscalfibile, vista da un contesto diverso (Roma, l’Europa) risulta infatti eterea, quasi impalpabile, spesso incomprensibile, per molti - a cominciare dai nostri vicini di casa - addirittura ingiustificabile. E per questo perennemente a rischio, per quel che riguarda l’anello più debole, ovvero il Trentino.
 Ma questa debolezza - come ben sapevano Bruno Kessler e Giorgio Grigolli - è sempre stata cercata e voluta da Magnago: coerente quando si trattò di cercare con i cugini trentini un’intesa dentro la cornice dello Stato, Silvius (che aveva, ironia della sorte, un padre trentino) fu infatti durissimo in mille altre occasioni. E si guadagnò l’epiteto - che in più circostanze dimostrò di meritare abbondantemente - di “mangiatrentini”.
 Nei 96 anni di Magnago ci sono stati due secoli, due millenni, due Guerre, l’Italia per la quale aveva combattuto da giovane, la Germania per la quale aveva optato nel’39 e poi combattuto nella Wehrmacht, l’Alto Adige al quale donò l’intera salita della vita, la storia della Svp che fu la fotografia del suo credo e delle sue battaglie, il cammino della Provincia autonoma di Bolzano, che guidò per trent’anni, le stagioni del terrorismo italiano e di quello sudtirolese, che lui seppe chetare.
 

Ricordava tutto. Gli aneddoti e le pagine importanti della travagliata storia di questa terra di frontiera. Aveva saputo costruire un dialogo con i nemici: a Roma - dove hanno sempre tentato di irretirlo e di accontentarlo - lo rispettavano, fors’anche veneravano; a Trento non sapevano invece come prenderlo: lo temevano e lo ascoltavano in silenzio, col rispetto che si deve ad un padre della patria. Gli amici? Non sempre ne intuivano le accelerazioni e le frenate, ma da tempo non lo aspettavano al varco: sapevano infatti che sarebbe uscito comunque vittorioso anche dalle partite più ardue. E così è sempre stato.
 Fu un vincente. E uno strenuo e spesso ruvido difensore della sua terra. Seppe dire molti no all’Italia. Compreso il più sorprendente, quando rifiutò senza esitazioni la carica di senatore a vita. Non si sentiva italiano. Non voleva premi. Né gli interessava essere simpatico.
 

Il suo popolo non l’ha mai abbandonato. E l’hanno votato anche alcuni altoatesini italiani. Altri hanno costruito il loro successo politico sull’avversione al nemico Silvius e sulla ricerca dell’italianità perduta.
 Questa terra - anche il Trentino che l’ha sentito spesso lontano, così diverso dal suo successore Durnwalder, che ama piacere e che per questo non disegna incursioni in zona - gli deve molto. Anche nelle contraddizioni. Anche nelle ferite. Anche nelle tante incomprensioni.

TRENTINO