GIUSEPPE RASPADORI - 21.05.2010

Che bello, Darè è libero

Avanti col mercato delle alleanze, su da bravi, datevi da fare, sbrigatevi a conquistare i posti in palio: potrebbe essere l’ultima occasione. Perché c’è modo e modo di leggere questa tornata elettorale se non ci fermiamo solo al saldo finale dei risultati, che possono fare piangere o far felice chi è dedito a far la conta dei posti di potere conquistati, e vuol ridurre il territorio ad una mappa di poltrone e poltroncine o alle piroette dei giri di valzer di pd, patt, upt, e a quanti piedi vengono pestati.
 

Io dico che questa scadenza ha messo in luce un mutamento sociale assai maggiore di quello strettamente politico/amministrativo, un mutamento di mentalità, un cambiamento in essere che ha un orizzonte ben maggiore dei cinque anni di consenso per cui la politica locale, al pari di quella nazionale, soffre, festeggia, e si accapiglia, in nome del demagogico futuro dei tuoi figli. C’è un’aria nuova e diffusa, che forse ha bisogno solo di un piccolo tempo ulteriore per proporsi con più coraggio ed acquisire la coscienza di contare e la fiducia di poter osare.
 In genere siamo abituati a percepire il “nuovo” nei centri urbani, e successivamente in periferia, la dove riteniamo sia più facile il permanere della tradizione, dei miti e delle leggende, di Andreas Hofer o del Passator cortese.
 

Invece questa volta il cambiamento di mentalità cui mi riferisco, pur essendo equamente distribuito tra città, montagne e valli d’or, si manifesta proprio a partire dai piccoli paesi delle valli e, per chi ha occhi e orecchie per intendere, ti dice che è della stessa medesima natura con cui tutti noi, uomini e donne, stiamo facendo i conti nella quotidianità delle nostre relazioni.
 

Sì, nei piccoli paesi. Proprio là dove è teoricamente più forte il controllo sociale, ma l’interesse e la pressione dei partiti centrali si fa meno sentire: i partiti per i quali è fondamentale definire la propria forza a Rovereto, ad Arco o Riva, ma ai quali vanno più che bene le liste civiche a Bresimo, Sfruz, o Massimeno. Voglio sottolineare che una fetta non piccola della popolazione delle valli, circa 60mila abitanti di sessanta piccoli paesi, non ha battuto ciglio, non si è certo scandalizzata intendo, a misurarsi con la possibilità di eleggere a “capofamiglia” della propria comunità, ovvero come proprio sindaco, una donna, al posto dei soliti noti più che notabili, quelli che da sempre la sanno lunga sui piccoli, grandi, particolari interessi dei paesani più che del paese, quelli che per anni hanno avuto il “privilegio” di conoscere i corridoi della Provincia e questo o quello dei “big” degli assessorati, che sentendosi parte della rete delle relazioni “che contano”, hanno sempre fatto credere che la politica fosse cosa di competenza solo degli uomini.
 

Di queste sessanta donne solo venticinque ce l’hanno fatta a vincere, ma poco importa, erano sessanta ad essere scese in pista per contendersi il posto di primo cittadino. E sessanta non è un piccolo numero. Teniamo presente che Fiavè, Rumo, Preore o Siror non sono Milano, che una lista di donne come quella che vince a Darè di 250 abitanti ha a che fare non solo con i possibili pregiudizi consolidati di padri e mariti, ma che, in un paesino, contrapporsi a chi ha da sempre gestito l’amministrazione è assai più difficile, data la conoscenza e l’amicizia che tutti hanno con tutti. Bello il lenzuolo appeso ad un balcone “Darè libero”, nel senso di “politica libera da soggezioni”.
 

Ma evidentemente la modernizzazione e libertà di pensiero, autonomo e non più dipendente e pendente dalle labbra di ciò che dice padre, marito o fratello, non fa più differenza tra centri metropolitani e periferia. La donna che lavora, che sa misurarsi, fiera, con i capouffici, che è immersa nelle contraddizioni sociali e quindi le conosce, che spesso ha pure deciso di proseguire sola senza troppi mariti/padri/padroni, sta scoprendo il gusto della politica e “profanando” le aule di cui gli uomini si mostravano così gelosi guardiani.
 È un sentimento che esiste ed è molto più diffuso di quel che i numeri non dicono: agli albori è solo il suo manifestarsi, prendere coraggio di affermarsi e materializzarsi in protagonismo in prima persona alla luce del sole. Non sto tifando per le donne contro gli uomini. Non credo nemmeno che le donne siano in assoluto meglio degli uomini, ma è certo che la politica ha estremo bisogno di rinnovarsi, di pensiero nuovo, libero, non mummificato nelle liturgie di modelli stantii il cui odor di muffa è sempre più insopportabile, di nuove risorse, insomma, di cui le donne sono indubbiamente portatrici, assai più dei cosiddetti giovani che spesso non sono che fotocopia più rampante di chi li ha preceduti.
 

Non è stata certo una rivoluzione, ma stiano attenti coloro che pensano di monitorare tutto quel che avviene sul territorio e fanno professione costante di questa supponenza: non è più tempo di indulgere nel tornaconto di comodi modelli di conservazione e perpetuazione di arroganze e subalternità connesse. Le frane, come si sa, spesso inviano segnali, ma se non li ascolti, la montagna, quando vien giù, viene giù. Figurati i castelli di carta.
 

TRENTINO