LORENZO DELLAI - 09.05.2010
Si è parlato recentemente - anche in occasione della Festa della Repubblica del senso delle ricorrenze civili e della possibile perdita di significato di alcune di esse, travolti come siamo da un lato dalla polemica politica spicciola e dall’altro dall’enorme mole di input a cui quotidianamente veniamo sottoposti. Io credo invece che soffermarsi, per un giorno, su temi di particolare valenza sociale e, vorrei sottolineare, anche morale, conservi un significato profondo, che nulla ha a che fare con la retorica. Ogni comunità, così come ogni persona, se perde la sua memoria, se non è più capace di mettere a fuoco ciò che veramente conta, si inaridisce. Questo 9 maggio, riconosciuto con una legge dello Stato quale Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi - è il giorno della morte di Aldo Moro, nel 1978 - costituisce in questo senso un’occasione importante. Per rendere il doveroso omaggio a chi è caduto a causa di una violenza tanto cieca quanto, spesso, ideologicamente motivata; ma anche per riflettere assieme ai giovani, che non hanno vissuto in prima persona la stagione più “incandescente” del terrorismo in Italia (ma che hanno visto all’opera altri terrorismi, pensiamo all’11 settembre 2001), sui pericoli che si nascondono in seno alle stesse democrazie. L’Italia alla democrazia c’è arrivata, come sappiamo, dopo una guerra persa e dopo il crollo rovinoso di una dittatura. Nel nostro Paese, forse, non avevano fatto in tempo a formarsi quegli anticorpi che altrove facevano da scudo all’insorgere della violenza di matrice, come dicevo poc’anzi, ideologica. Covavano sotto la cenere vecchie tensioni, mitologie mai del tutto superate, odii che prendevano nuova vita sotto la spinta dei fenomenali processi di modernizzazione che il nostro Paese comunque aveva iniziato a sperimentare fin dai tardi anni ’50. Tutto questo è sfociato nella stagione delle stragi: Piazza Fontana, Italicus, stazione di Bologna sono solo alcuni dei nomi che quelli di una certa età hanno bene impressi nella memoria, come una tragica litania. Stragi cieche (anche se guidate da oscure logiche), stragi che hanno mietuto vittime scelte dal caso, dalla pura coincidenza di trovarsi lì, nel luogo in cui deflagrava l’ordigno. Stragi nei confronti delle quali ancora oggi, molto, troppo spesso, i familiari delle vittime chiedono verità e giustizia. I fenomeni di cui dicevamo sono sfociati inoltre in un terrorismo che invece sceglieva con cura le sue vittime, in base ad una “strategia politica”. Un terrorismo dalle logiche forse meno oscure di quelle stragiste - possiamo conoscerle dai documenti che i terroristi stessi produssero all’epoca - ma altrettanto aberranti.
Aldo Moro è stato la vittima più illustre di queste logiche distorte, ed è giusto ricordarlo non solo per un doveroso omaggio al suo sacrificio (e a quello della sua scorta), perché qui si nasconde un insegnamento importante. Moro è morto perché era un uomo del dialogo, e il dialogo è l’impalcatura stessa della democrazia. Moro era un politico che odiava slogan e semplificazioni; i suoi scritti, i suoi discorsi, il suo argomentare, rivelano ancora oggi, a quanti vi si accostano, una natura complessa, che non cessa di interrogarsi sui grandi temi della politica, nel senso più nobile del termine, quello che riconduce alla polis, alla città e quindi alla cittadinanza, alle virtù civiche. Moro era l’antitesi del populismo e dall’ideologismo. In questo era abissalmente distante dai suoi persecutori così come forse anche da un certo modo di intendere e praticare la politica che è molto in voga ai giorni nostri.
Se una lezione dobbiamo trarre dalla sua morte è questa, e lasciatemi dire che in fondo è la stessa lezione che ci ha lasciato Alcide Degasperi: la democrazia è faticosa, la democrazia non prende scorciatoie, non può permettersi di liquidare i problemi delle società contemporanee con la violenza (come vorrebbero terroristi e dittatori) né tanto meno con qualche battuta di spirito (come fanno da sempre i “semplificatori” di professione, per accattivarsi il consenso). La democrazia presuppone un’instancabile attitudine al confronto, alla ricerca di una mediazione, di un nuovo equilibrio. La democrazia può sembrare a volte lenta, incerta, persino poco eroica: ed invece è veramente eroica, anche quando non esige un prezzo così alto come quello chiesto a Moro e a tante altre vittime del terrorismo, così della mafia e delle altre organizzazioni criminali che minano dall’interno la società e le stesse istituzioni. Perché il vero eroismo è questo, come ben sanno tutte le persone di buona volontà: portare avanti, giorno dopo giorno, pazientemente, con fiducia, un progetto che abbia come fine il bene collettivo, la convivenza, la riconciliazione, se necessario. Pur fra le asprezze e i duri confronti che a volte, della democrazia, sono il sale.
TRENTINO