RENZO FRACALOSSI - 06.05.2010

LE DUE IDENTITA' DELL'ITALIA

L’interessante dibattito, avviato dal “Trentino” attorno al complesso tema dell’unità nazionale,
 suggerisce, al modesto lettore, qualche briciola di riflessione, anche al di là dei confini locali. Fuor di ogni retorica e partigianeria, forse la questione che si cela, ancora una volta, dietro l’imminente sinfonia commemorativa è quella della mancata identità del Nord dentro l’incedere del processo unitario nazionale.
 

Fino al Risorgimento infatti il Nord - o meglio ciò che oggi chiamiamo “Padania” - è frammentato in una sorta di indefinito pulviscolo di città e territori, sostanzialmente incapaci di realizzare fra loro una sintesi politica efficace; chiusi nelle rispettive mura; mummificati nelle relazioni sociali ed impreparati ad affrontare le innovazioni che pur scuotono i pietrificati ritmi delle sopravvivenze. Prima del Risorgimento, il Nord è una struttura informe, capace di resistere fino a quando una forza esterna, come quella di Napoleone ad esempio, non polverizza il consolidato, creando speranze ed illusioni, ma anche spaesamento. Mentre il Sud è, comunque e nonostante i suoi oggettivi limiti, un regno dotato di un suo proprio profilo politico e culturale, il Nord non riesce, soprattutto nella fase prerisorgimentale, ad essere un “corpo unico”, cioè una suggestione statale vagamente unitaria e ciò genera problemi che l’unità nazionale mette definitivamente in luce. Infatti, al Nord non si esprime, con l’avvento dello Stato sabaudo prima ed italiano poi ed al di là di qualche sporadico caso, una vera classe dirigente del Paese.
 

Milano e Torino scelgono l’economia, gli affari, i commerci, piuttosto che la politica e l’amministrazione e ciò genera un vuoto, presto riempito dagli eredi di quello Stato borbonico che almeno Stato era. Nemmeno la monarchia dei Savoia aiuta. Anzi. Essa è avulsa dall’idea romantica dell’identità nazionale. Non si occupa di costruire il nuovo Stato, ma si rifugia nel militarismo savoiardo ed un po’ “retrò”. L’idea di Stato nazionale non appartiene al suo disegno egemonico ed imperialista e la Casa regnante darà ampia dimostrazione della sua distanza dal Paese reale, con conseguenze di cui, ancor oggi, si avverte la portata. Al Nord allora il denaro ed al Sud l’amministrazione: questa sembra essere la configurazione dello Stato unitario nato dal moto risorgimentale.
 

E così, anche il governo della “res publica” subisce quel senso del fato e dell’ineluttabile che è caratteristico della cultura greca e mediterranea, ma che mal si concilia con le aspirazioni, l’urgenza e il dinamismo del capitalismo lombardo - piemontese. E’ allora - a mio avviso - che le strade dell’identità nazionale iniziano inesorabilmente a dividersi. Nasce così - e quasi inconsciamente - una sorta di estraneazione del Nord ai processi di formazione dello Stato; un’estraneazione che comporta la progressiva polemica con Roma, vista come lo scrigno del passato, a cui contrapporre il vagheggiamento di una illimitata modernizzazione.
 

E’ insomma il sogno di una società senza Stato: un sogno che abita progressivamente negli animi dei lombardo - piemontesi abbandonati dalla dinastia sabauda e dei veneti autoreferenziatisi in un cattolicesimo vandeano.
 

Il Nord si adegua ma non si appassiona e gli esempi, a cominciare dal 1943, non mancano. Il Nord insegue un modello alternativo; un modello che vuole lo “Stato minimo” rispetto alle esigenze dello sviluppo della persona, delle classi, dei diritti e delle economie. Il Nord spesso non è partecipe dei destini del resto della penisola e ciò produce insofferenze, discriminazioni, ostracismi ed incomprensioni. Milano rinuncia ad essere capitale del nuovo Stato unitario ed il suo ceto dirigente non si assume mai un ruolo di traino e direzione a cui, per molti versi, può invece aspirare. Gli effetti di quelle scelte sono ancora attualissimi ed oggi il Nord sta rincorrendo quel ruolo non soddisfatto allora, avendo percepito tutta l’insoddisfazione della società settentrionale che domanda altro, rispetto al vecchio modello statale.
 Prende così corpo, non tanto l’impossibile secessione dallo Stato, bensì un’idea di identità separata, dove si delineano due cittadinanze: una d’apparenza e di forma ed una sostanziale e spesso non percepita dalla politica.
 

E’ in tale contesto che trovano trionfo le mitologie padane, le alchimie miracolistiche, il gran sventolio dei vessilli di Pontida, dove scompare ogni etica civile ed ogni senso di quello Stato unitario, che pur la borghesia padana aveva perseguito almeno per le sue implicazioni economiche. La questione settentrionale sta forse tutta qui. Il Nord, anche oggi, guarda all’Europa, sapendo però intimamente di non poterla raggiungere con agilità, perché privo appunto di un’idea di Stato e nutrito solo di retoriche nostalgie e di aspirazioni ad essere altro. E’ nell’assenza di risposte a queste istanze, che l’unica soluzione pare essere il rifugio dentro egoismi di massa e dentro le facili parole d’ordine del populismo imperante. Raccontare allora il processo unitario ed il suo evolversi forse non risolve, ma aiuta a comprendere. Non foss’altro per non soccombere.
 

TRENTINO