GIORGIO LUNELLI - 05.05.2010
Venerdì scorso, la Giunta provinciale ha approvato le linee guida in materia di ammortizzatori sociali. La data - alla vigilia del Primo maggio - è fortemente simbolica: delineare, con la Comunità trentina, la proposta di un nuovo «Patto per il lavoro» che non può che trovare fondamento in un patto per lo sviluppo che riguarda la capacità del Trentino di favorire la produzione di beni e servizi - innovativi e competitivi -, creare cioè ricchezza e opportunità di occupazione. La questione della «buona occupazione», in una terra che - per nostra fortuna - ha la caratteristica di percentuali limitate di disoccupazione, è forse la materia centrale di questa sfida che è innanzitutto politica. A ben vedere, nell'ambito dell'Accordo di Milano, ben altre potevano essere le competenze chieste dalla Provincia Autonoma di Trento: materie più semplici, addirittura più spendibili dal punto di vista del consenso, ma meno adeguate ad un progetto di sviluppo del Trentino solido e duraturo.
La scelta del presidente Dellai di rivendicare le competenze in materia di università e di ammortizzatori sociali è invece il segnale - al Governo di Roma e alla Comunità trentina - che si è voluto alzare l'asticella delle ambizioni di Autonomia e di autogoverno. Un passo, un nuovo passo verso una vera Comunità Autonoma. Richiedere la delega per poter decidere in materia di ammortizzatori sociali vuol dire assumersi la responsabilità di governo in uno dei settori più delicati del mondo sociale: uno dei comparti più complessi, anche dal punto di vista delle regole e dell'ampio reticolo, oggi esistente nello stesso mondo del lavoro, di condizioni diverse e diversificate; uno degli ambiti dove la politica ha spesso rischiato di uscire con le mani alzate in segno di resa, lasciando che l'acqua del fiume corresse verso valle, incurante degli effetti. Effetti che, naturalmente, possono mantenere connotati positivi, ma altri decisamente contraddittori, capaci cioè di perpetuare situazioni di privilegio (per pochi già garantiti), ma non in grado di stabilire meccanismi di equità (per i tanti che oggi sono meno tutelati). Su questo - in attesa che la Giunta provinciale predisponga un apposito disegno di legge da sottoporre poi al confronto e al contributo del Consiglio provinciale - è importante che da subito maturi, ad ogni livello, un confronto che deve essere di ampio respiro, non di semplice valutazione delle opportunità del singolo orticello. Credo importante - da questo punto di vista - l'apporto portato nei giorni scorsi dal professor Tiziano Treu che è intervenuto al convegno organizzato dall'Unione per il Trentino. Dice Treu: «La realtà trentina può e deve essere laboratorio per il resto del Paese perché qui ci sono buone condizioni economiche e sociali, perché viviamo in una comunità che ha l'attitudine all'innovazione derivante dal positivo esercizio degli strumenti dell'Autonomia, perché, infine, possiamo agire in virtù della delega prevista dall'Accordo di Milano». La Giunta provinciale, dal canto suo, nelle linee di indirizzo, sottolinea tre termini che hanno un valore non solo simbolico, ma vanno concretizzate in un sistema «Universalistico, Innovativo e Responsabile».
Questo, per cominciare a tradurre le parole in scelte, vuol dire - a mio giudizio - che gli ammortizzatori sociali non devono essere, per i lavoratori, solo un mero salvagente per stare a galla nei momenti difficili. Piuttosto, devono essere lo strumento di garanzia per adeguare le proprie capacità e professionalità ad un rapido rientro nel mondo produttivo. In un mercato che cambia rapidamente, la garanzia degli ammortizzatori deve essere, certo e in primo luogo, sicurezza, ma anche stimolo per ridefinire la propria professionalità e poter cogliere, nel più breve tempo possibile, le nuove opportunità. Per le imprese, l'utilizzo degli ammortizzatori sociali deve diventare strumento per i momenti di crisi, non certo per poter utilizzare la flessibilità come strategia produttiva. Deve essere premiato chi fa minor ricorso agli ammortizzatori sociali per i propri lavoratori (le aziende cioè che creano stabilità produttiva) e non viceversa. Una sfida; dunque, che riguarda tre soggetti: il Governo provinciale e la politica; le imprese; i lavoratori. Una sfida che potrà essere vinta - con vantaggio di tutti - solo attraverso un «Grande patto per il lavoro» dove il vero protagonista deve essere il futuro della Comunità che - con convinzione - deve saper scommettere sulla propria crescita: sviluppando la capacità di fare impresa, di creare lavoro («buon lavoro») e produrre ricchezza.
L'ADIGE