Il Trentino delle terre alte

Laboratorio Terre Alte UPT – Tesero 12 luglio 2014
Contributi: Prof. Ugo Morelli, Prof. Tiziano Salvaterra
Istituzioni: Ass. Mauro Gilmozzi

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IL TRENTINO delle TERRE ALTE
QUALE COMUNITA’

Un nuovo modello di Trentino inteso in senso antropologico. Quindi le varie dimensioni – culturali, sociali,
economiche ed istituzionali – in cui la vita dell’uomo si sviluppa su un territorio di montagna.
Analisi e criticità emerse:

  1. Il Trentino. Diffidenza e sinergia.
    Si ha l’impressione di una società seduta in attesa che la crisi finisca e che non si pone nell’ottica invece
    di affrontare cambiamento ed innovazione.
    L’attesa inattiva unita alla consapevolezza che le cose tardino a tornare come prima, porta alla logica della
    diffidenza e quasi del pregiudizio.
    Ciò è un limite alla possibilità ed alla disponibilità di far partire una nuova stagione che dovrebbe basarsi
    proprio sul consolidare relazioni e sinergie tra persone, imprese, istituzioni, territori, associazioni, forze
    politiche e corpi intermedi. L’obiettivo è quello di ridisegnare – nella fiducia reciproca – una comunità di
    destino.
    Invece la mancanza di attitudine al cambiamento, unita alla diffidenza, crea un rapporto difficile tra
    cittadini ed Istituzioni. Dove le Istituzioni rischiano di divenire un bersaglio sistematico basato più sul
    sentito dire (alimentato dalla demagogia mediatica) che sulla conoscenza dei fatti.
  2.  Difficoltà ad individuare gli obiettivi
    C’è una visione troppo corta mentre serve un orizzonte più ampio o, almeno, una propensione a guardare
    al futuro.
    Proprio nei momenti di maggiore difficoltà, quando la tendenza è quella del contingente (il pane oggi)
    diventa invece prioritario alzare lo sguardo per conoscere e capire l’orizzonte verso cui muoversi,
    accettando la cultura delle idee e quella del rischio.
    Dobbiamo superare lo status di famiglia nobile un po’ in decadenza che attende che succeda qualcosa
    per rivestire i panni della persona intraprendente in cerca di opportunità. La prima, per esempio, è
    infastidita dai flussi di nuovi arricchiti che arrivano dall’est ed attraversano un territorio troppo spesso
    considerato esclusivo, mentre il secondo ne coglie le potenzialità.
  3. Semplificazione ed attenzione verso ciò che accade dal basso
    C’è bisogno di una logica sistemica dell’uso delle risorse. Che tenga conto delle esigenze di
    razionalizzazione dei servizi ma sulla base di un attento ascolto del territorio. Serve uno sguardo strabico
    (glocal) che sappia valutare il particolare e, quindi, l’effetto delle ricadute delle risorse nei diversi comparti
    senza perder di vista il globale e, quindi, la strategia complessiva della politica provinciale.
    Va posta maggiore attenzione agli sprechi e all’utilizzazione delle risorse per coinvolgere ed incaricare al
    raggiungimento di obiettivi, nell’amministrazione, i più capaci e non i più obbedienti.
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Obiettivi e soluzioni per superare le criticità, valorizzando i vantaggi competitivi del Trentino

  1. Filiera turismo – agricoltura – cultura
    Storicamente fatichiamo nella cultura d’accoglienza, un po’ per mancanza di professionalità evolute un
    po’ per la tendenza a vivere il territorio come uno spazio esclusivo che, come tale, tende ad
    autoproteggersi dalle “invasioni”, chiudendosi.
    Il paesaggio va vissuto con la cura di un bene personale, prezioso e in cui credere; un bene comune.
    La cultura dell’accoglienza permette di vedere il turista come un soggetto che genera valore attraverso la
    fruizione di servizi nei diversi comparti. Pur abitando le nostre Valli da decenni, fatichiamo a riconoscerlo
    come “parte di noi” e lo trattiamo come estraneo e straniero. Modalità che estendiamo a tutti coloro che
    da generazioni non sono nate ed hanno abitato gli stessi luoghi.
  2. Agricoltura
    Storicamente l’agricoltura è stato il senso ed il sostentamento per una vita. Oggi deve porsi nuovi
    traguardi.
    Deve guardare con interesse all’innovazione ed alla qualità ponendosi in relazione alla ricerca,
    attraverso le delegazioni deputate al trasferimento tecnologico.
    Deve guardare alla cooperazione riprendendo i valori dell’origine e nel contempo scorgendone il valore
    sovraterritoriale. Il lavorare in cooperazione è infatti un modo affinché il proprio prodotto possa essere
    commercializzato nei mercati come immagine di ciò che questa terra sa creare in termini d’eccellenza.
  3. Conoscenza – Ricerca
    Non si comprende abbastanza il valore della formazione e della ricerca e v’è effettiva difficoltà di
    relazionare questo mondo con quello del lavoro.
    Anche i giovani trentini faticano a vedere la conoscenza come elemento strategico per il proprio futuro.
    Non c’è sufficiente convinzione che la conoscenza renda liberi e che permetta di sviluppare opportunità,
    idee nuove e spazi di libertà professionale.
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3 Tratti da rilanciare innovandoli

  1.  Competitività
    Il tema della vivibilità attiva di cui bisogna riappropriarsi attraverso la partecipazione.
    Capacità ed opportunità. Chi si forma ha opportunità di vivere nelle valli trentine? C’è sufficiente
    rigenerazione nelle perone cui vengono affidati gli incarichi maggiormente strategici in Trentino?
    Perché questi territori hanno un futuro solo se danno delle opportunità che corrispondono ad elevate
    capacità. La scelta di tenere basse le capacità perché non ci sono opportunità è una scelta scellerata.
    E’ un punto decisivo e connesso al rapporto tra gli investimenti in conoscenza che questa terra ha fatto e
    le ricadute che questi stessi investimenti potrebbero dare se fosse incentivata la meritorietà.
    Vanno innalzate le capacità, le conoscenze medie dei trentini perché l’incapacità d’investire in maniera
    appropriata nel turismo, nell’artigianato etc. dipendono in realtà da una sorta di “indigenza cognitiva”
    E una terra di 520mila abitanti in cosa trova le proprie leve competitive se non nell’innalzare la propria
    capacità di conoscenza diffusa e quindi la capacità di distinguersi? Così si innova!
  2. Propensione al rischio
    Anche la propensione al rischio è connessa alla conoscenza. L’innovazione è figlia della buona
    combinazione tra know how e disposizione ad investire.
    Purtroppo l’effetto “camomilla” che hanno prodotto gli investimenti pubblici negli anni ha consolidato
    una mentalità su cui è necessario lavorare. Non vuol dire smettere di avere una politica pubblica adeguata
    ma significa mirarla. Per questo vanno chiarite le priorità nel contesto del nuovo modello di sviluppo.
    Discernere ciò che ha una priorità da ciò che non ce l’ha.
  3. Declinazione globale della territorialità
    La globalizzazione non è una scelta. Noi nella globalizzazione ci siamo già, siamo già totalmente
    globalizzati. Ciò che dobbiamo fare è comprendere a quali condizioni ci distinguiamo nel processo di
    globalizzazione.
    In tal senso fondamentale è evitare i processi mimetici ed imitativi, perché alcune delle distinzioni
    specifiche della storia trentina, come la cooperazione, patiscono l’aver allentato la tensione verso
    un’innovazione per evoluzione mantenendo forte l’identità e di aver proceduto invece per imitazione di
    altri modelli.
    Questa è la sfida di questa terra: riuscire ad evolversi mantenendo l’identità (irredentista) e popolare
    (cattolicesimo democratico) e, quindi, valorizzando le distinzioni (es agricoltura di montagna non padana,
    non turismo industriale ma turismo capace di ospitalità e di accoglienza, conoscenza di lingue europee e
    non solo, etc.).
    La politica deve favorire la tensione verso una “comunità aperta” all’opposto di una società individualista,
    chiusa e frammentata. In una parola – liquida – sino al punto che ciascuno perde il senso dello stare
    assieme.
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Dobbiamo capire a quali condizioni è possibile ricostruire

  1. una comunità di confine aperta e che
  2. sappia andare oltreconfine come ci chiede il terzo millennio dei flussi e delle reti e come
  3. dovremmo codificare nel terzo Statuto.
    In questo senso riteniamo utile interpretare la vocazione di partito del territorio.
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QUALE PARTITO
Il partito territoriale è tutto da costruire perché ci portiamo il retaggio di quello che i partiti sono ora: guidati
da ideologie che continuano a esistere anche come falsa coscienza. Una sorta di passato che non passa e che
continua ad incidere ed a creare divisioni. Siamo oltre il ‘900 ma con tutti i fardelli del ‘900, della guerra fredda
e della conseguente filosofia amico-nemico.

Quindi le forme di un dialogo trasversale con altri soggetti o parte di altri soggetti, intorno ai problemi, è
vincolato dal retaggio delle ideologie. La prima aspettativa di libertà è che un partito territoriale sia un partito
non ideologico. Un partito che non ragiona per partito preso ma capace di affrontare i problemi.
La seconda aspettativa è che un partito territoriale sia un partito aperto e, quindi, capace di collegare il locale
al nazionale, il nazionale alla comunità delle alpi e che sia quindi capace di proiettare la dimensione locale in
una prospettiva regionale, macroregionale ed euroregionale, europea e globale. Ove il confine è
un’opportunità e non un limite.

Un partito territoriale è quello che non declina l’identità come chiusura ma che vive l’identità come progetto
che metta l’ipotesi del chi siamo, che cosa vuol dire essere trentini e che cosa vogliamo che il Trentino metta
a progetto piuttosto che rimanere ancorati sulla reminiscenza del passato. A compiangere i tempi di quando
eravamo i primi della classe o il “noi a dettar legge”.

Un partito territoriale è un partito non leaderista, che non si affida ad un uomo solo al comando. E quindi
un partito capace di darsi un progetto politico da realizzare entro un termine stabilito, per la sua terra. Un
progetto da scrivere assieme alle persone, ai quadri intermedi, alle organizzazioni datoriali e sindacali. Lo
stesso terzo Statuto dell’Autonomia deve esser scritto coinvolgendo il territorio. Perché definire assieme
“chi siamo” ci aiuta a capire “cosa vogliamo” e solo in penultima istanza “come” realizzarlo e solo come ultimo
passo del processo, ragionare sul “chi” lo interpreta. Un partito leaderista avrebbe ribaltato il processo e
deciso, sulla testa dei territori, semplicemente “chi”.

La sfiducia verso la politica non solo istituzionale ma anche partitica, alimentata peraltro da coloro che
hanno fatto prevalere l’interesse personale su quello generale, ha raggiunto livelli mai prima visti. Per sortirne
i quadri intermedi, capaci ancora di sintesi, devono abbassare le rispettive difese degli interessi particolari e
tessere relazioni per mettere a fuoco l’obiettivo, la costruzione di una comunità di destino.
Chi guida il processo non interpreterà una propria idea di futuro ma un’idea collettiva di futuro, di quale
comunità vogliamo e quale progetto portare avanti per la comunità di destino.
Immaginare assieme una comunità di destino – Il Trentino del 2020 – è la fatica del saper andare oltre il
contingente ed il particolare. Oltre le questioni mediatiche e da gossip politico poste a tema dai media. Ove
il pensiero politico è debole, non lungimirante e ci si sofferma sulle cose contingenti, sugli interessi di parte
con il rischio di avere legislatori incapaci di visioni d’insieme perché rappresentano una categoria, una valle,
una lobby ma non una comunità tutta.

Immaginare assieme esclude qualsiasi (necessariamente finto) messia che si propone con un’istanza salvifica.
Trattasi di un atteggiamento pigro e delegante e non certo pro – attivo o intraprendente, del farsi carico,
dell’impegno “qui ed ora” a prescindere dai pur comprensibili calcoli di carriera che riguardano “lì e domani”.
Quindi è indispensabile recuperare la partecipazione, intesa come potere d’influenza, di pressione attraverso
il confronto e il potere reale d’incidere sulle scelte. Un partito che esce da un’esperienza di 15 anni di
leadership del governo provinciale ove le scelte contingenti, soprattutto durante la crisi economica, erano
prese dal livello istituzionale e lasciavano poco spazio al confronto con i diversi organi, deve ora ristabilire gli
antichi equilibri e raccordi tra partito medesimo e livello istituzionale.

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Un partito territoriale non si riduce ad un’idea di territorialità intesa come confine fisico, di vallata (feudo
locale), ove l’interesse di valle o di città non si confronti con quello più generale ma dovrà prevalere uno stile
ed un modo di rappresentare la popolazione, un modo per favorire un senso di appartenenza e, ancor più
importante, l’attivazione di un senso effettivo di responsabilità. Un partito che aiuti ad uscire da una visione
assistenzialistica e passiva (visione invece alimentata dai partiti populisti) per portare alla spinta verso una
responsabilità diretta – “l’io vivo qui” – e favorisca il senso di reciprocità.

Un partito territoriale si fa carico dei bisogni delle persone e delle professionalità che abitano il territorio.
Un partito del territorio deve essere in grado di rialfabetizzare i più alla politica; coloro che si sono allontanati
o che se ne sono andati in altre forze politiche. Trattasi di ritrovare e far ritrovare agli sfiduciati la voglia di
comunità, d’impegno, di dare il proprio apporto.

Caratteristiche del politico
Serve un politico che abbia più coraggio, fantasia, chiarezza, che sappia generare sinergia interna, che abbia
cultura del confronto, che non si trinceri nel passato e non ci metta secoli a prendere una decisione. Il
tempo come fattore determinante del “fare politica”. Non è detto che un partito che saprà mettere in atto
queste fondamenta e imprimere questa evoluzione sarà, conseguentemente, il partito che riuscirà a
catalizzare più attenzione attorno a sé rispetto agli altri perché i meccanismi del consenso, soprattutto in
tempi di ristrettezza, sono, purtroppo, ben altri. Ma i candidati che li cavalcano poi si trovano privi di chiavi di
lettura, privi di idee per abitare il proprio tempo e tornano tristemente all’ideologia come se il tempo di fosse
fermato all’impero austroungarico o all’“avanti popolo”. Ove prevale la parola “contro” sulla parola “pro”.
Convintamente lavoriamo per supportare e costruire una classe dirigente politica dedicata alle prossime
generazioni, e che sappia gestire la raccolta del consenso immediato attenendosi a questa chiave di lettura di
autentica responsabilità.
Obiettivi da perseguire
L’UPT deve darsi la dignità d’esistere nella vocazione di partito
a. del territorio
b. federativo
c. aperto, confederato
Partito del territorio
Essere partito del territorio, essere territoriali vuol dire ascoltare, interpretare e rappresentare il territorio
(sindacato responsabile di territorio). Quindi dobbiamo essere coraggiosi e saper rappresentare ciò che il
territorio esprime, aprendo fasi di dibattito, fino ad accompagnare le sintesi del dibattito medesimo alla
decisione ultima. L’atteggiamento deve mutare: dal subire delle scelte a essere interpreti di un’influenza nelle
decisioni, attraverso un ampliamento del proprio spazio d’azione, definito dal grado di coinvolgimento e di
partecipazione alla progettazione. Gli attori sentono allora di “contare”. Una gestione partecipativa del
territorio, infatti, non è quella che sceglie collettivamente tra diverse proposte offerte, piuttosto quella che
parte da una negoziazione interna al territorio. In questo luogo, muovendo da un’autodefinizione di sé, si può
giungere all’individuazione di nuove proposte. Il che non vuol dire essere populisti ma essere coerenti con il
mandato di rappresentanza e il mandato di portare a compimento un progetto.
Se il territorio esprime un disagio, il partito territoriale deve saperlo propositivamente rappresentare sino al
livello istituzionale. In caso contrario il partito del territorio risulta inefficace: non seda il conflitto ed abdica

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alla propria essenza. Abdicando anche alla missione più alta che è quella di ricucire il rapporto tra cittadini
ed Istituzioni.
E’ infatti proprio l’incapacità di chiudere questo ciclo – bisogno/persone, indirizzo/partito, decisione/livello
istituzionale – che toglie al partito del territorio, la linfa vitale e dignità d’esistere. Perché il territorio non
riconosce più la capacità di portare le istanze lì dove dovrebbero prendere vita, il livello Istituzionale.
Partito federativo Se essere territoriali significa essere aperti, dobbiamo essere disponibili al dialogo ed ad
un rapporto federativo con persone (i c.d. simpatizzanti) e movimenti diversi che condividano il nostro
medesimo progetto.
Partito confederato Se l’essere territoriali non è rappresentato da un confine fisico dobbiamo essere
disponibili ad entrare in relazione con altri partiti, movimenti che abbiano una vocazione territoriale, così
come descritta, sia a livello di macroregione, sia a livello nazionale che europeo.
Quando parliamo di partito territoriale, in Trentino, dobbiamo avere la consapevolezza che il partito
territoriale siamo noi, nessun’altra alchimia o fusione. Infatti l’UPT è “un nuovo modello politico
territoriale, popolare (movimentista), innovativo e riformatore”.
Partito popolare (movimentista), è un partito che storicamente ha saputo appassionare le masse verso i temi
cari alla dottrina sociale della Chiesa. Laico ma non cattolico (semmai di ispirazione cattolica) ed interclassista
capace di interloquire con tutte le fasce della popolazione.
Partito innovativo e riformatore significa, un partito che sa trasformare delle negatività in aspetti positivi.
Quindi evolvere

  • dalla cultura della diffidenza verso cultura della positività
  • dalla cultura del pregiudizio reciproco verso cultura della sinergia
  • dalla cultura dell’individualismo verso la cultura dell’accordo
  • dalla cultura del particolare verso la cultura del bene comune
  • dalla cultura dell’attesa verso la cultura del rischio.

Sono nuovi assetti fondamentali che il partito deve consolidare, per poter affrontare il lavoro sia sul piano
istituzionale che della progettualità complessiva: per poter guidare il modello di sviluppo verso un sistema
corresponsabile basato sulla fiducia reciproca.
Con questi obiettivi, a settembre avvieremo il Laboratorio Terzo Statuto di Autonomia.

Laboratorio Terre Alte
Tesero, 12.7.2014
Coordinamento provinciale
Trento, 21.7.2014
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Annibale Salsa
[…] Mi permetto di sottolineare alcuni aspetti che ritengo strategici per la Provincia Autonoma di Trento.

  1. Rafforzamento del ruolo di cerniera intra-alpina del Trentino che dovrà comportare l’abbandono di ogni
    assimilazione padana (allevamenti e monoculture da pianura) ed il privilegiare uno sguardo verso Nord
    (Tirolo storico) attraverso GECT e Euroregione.
    Quindi, guardare di più verso BZ anche in termini di pianificazione territoriale e turistica (difficile da difendere,
    in Italia, l’autonomia trentina separata da quella sudtirolese!), fatte salve le specificità’ trentine come
    la vocazione cooperativistica e la proprietà collettiva (Regole) oltre che il sociale.
  2. Ruolo di sussidiarietà dell’ente intermedio come la Comunità di Valle che, se bene interpretato, può
    davvero rappresentare un ammortizzatore delle tentazioni di campanile, in particolare per la pianificazione
    territoriale ed il paesaggio. In tal modo possono essere evitate tante “arlecchinate” in materia di
    edilizia e di uso disinvolto del colore nella costruzione e nella ristrutturazione degli edifici. La popolazione
    dovrà essere maggiormente coinvolta nella vita di questi enti al fine di comprenderne meglio l’insostituibità
    ed il ruolo consultivo verso i Comuni.
  3. Assecondare ed accompagnare un processo “naturale” di avvicinamento di giovani nuclei familiari alle
    attività agro-silvo-pastorali (iniziato su tutte le Alpi da qualche anno e rafforzato dalla crisi finanziaria
    odierna) il quale, se non viene incoraggiato, rischia di generare forme di spontaneismo dalla breve durata.
  4. Puntare sul turismo dolce (modelli BZ, Austria, Svizzera) attraverso politiche dei trasporti finalizzate
    alla mobilità alternativa (es: Sudtiroler Card) con maggiore offerta di trasporto pubblico (meglio su sede
    fissa: ferrovie locali, tranvie, funicolari, ecc.). Le località delle Alpi che meno hanno conosciuto la crisi di
    questi ultimi anni sono proprio quelle che hanno privilegiato tale modello.
  5. Destagionalizzare il turismo per evitare le concentrazioni estive ed invernali (BZ docet). Nelle mezze
    stagioni le località turistiche trentine sono vuote (modello italiano perdente). La clientela d’oltralpe, in tal
    senso, è la migliore (tedeschi e svizzeri). Per ottenere ciò occorre abbattere le barriere linguistiche di
    prossimità mediante l’introduzione della lingua tedesca come seconda lingua della Provincia.
    Dal mio punto di vista “pan-alpino”, ritengo che il Trentino debba ancor più distinguersi dalle altre regioni,
    evitando l’omologazione dei modelli e dei comportamenti altrove diffusi.

*estratto dalla risposta a Nicola Zoller (Riformisti per l’Autonomia)

Credits by Flickr: Massimo Piazzi (Creative Commons)

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