Il voto del 4 marzo ha evidenziato come le mutazioni che coinvolgono il nostro panorama politico e sociale non ne consentono più la descrizione solo con le categorie consolidate: la dicotomia «sinistra-destra», pur conservando la sua attualità, non è più da sola sufficiente per rappresentare il quadro politico odierno. Infatti, anche secondo la riflessione di Angelo Panebianco «Due Italie e la sfida che verrà» (Corriere della Sera, 21 marzo), la frattura politica fondamentale «ora è fra le forze che contrastano e le forze che difendono la società aperta».
A mio avviso, in questa fase, l’obiettivo di chi intende difendere la «società aperta» è quello di tutelare il ruolo, messo in radicale discussione, della democrazia rappresentativa, delle Istituzioni e dei corpi intermedi quali strumenti fondamentali per affrontare le difficili sfide di questa stagione. Disarticolando gli strumenti della mediazione politica rischiamo infatti di produrre una società sempre più frammentata dove ogni «micro categoria» aspira a proteggere solo il proprio interesse particolare. Al contrario di quanto sostiene chi «contrasta la società aperta», una società divisa e chiusa è la meno capace di affrontare le sfide di un mondo sempre più competitivo e globalizzato.
Al tempo stesso però dobbiamo essere consapevoli che il voto ha certificato, anche in Trentino, una dissintonia tra la narrazione della realtà, le forme e i riti della politica «ufficiale» e le aspettative, le priorità e le preoccupazioni degli elettori. Come ha evidenziato anche Luca Ricolfi nella sua recente pubblicazione «Sinistra e popolo», la crisi e le fragilità dello scenario globale comportano il bisogno di protezione dei popoli occidentali che stanno ritrovando un interlocutore apparentemente più attento nelle forze cosiddette populiste.
Questi dieci anni, avviati con la crisi del 2008, hanno infatti strutturalmente modificato il nostro nostro modello economico e sociale, un modello che si era affermato – come ha illustrato il prof. Belardelli nella sua riflessione pubblicata sul Corriere della Sera del 19 marzo – «grazie alla crescita economica dei Paesi occidentali; una crescita che abbiamo a lungo pensato potesse essere continua, nonostante abbia rappresentato un fenomeno circoscritto nella storia dell’umanità».
La fine di questa prospettiva di benessere illimitato genera «il senso di precarietà economica, sociale, esistenziale che colpisce anche il nostro Paese». Come scrive sempre Belardelli «l’età della sicurezza è finita per sempre». Ciò sta comportando una progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigente che spesso ha rappresentato i processi di globalizzazione e di innovazione tecnologica in modo semplicistico e ottimistico.
Nel corso di questi anni l’indebolimento delle esperienze collettive e la delegittimazione della politica e del sistema «pubblico» nella sua interezza hanno reso maggiormente sole le persone di fronte ad un mondo sempre più complesso e globale, amplificandone le paure. Si è così innescato un cortocircuito per cui, paradossalmente, ad un incremento del bisogno di politica e socialità si è risposto depotenziando la funzione delle forze politiche e sociali.
Tutelando i tratti costitutivi della nostra «società aperta» dobbiamo pertanto dare una risposta adeguata alle «angosce del presente» investendo su istituzioni protettive e sul ruolo del tessuto sociale.
Con questo obiettivo dobbiamo saper aggiornare lessico e modalità della politica promuovendo lo sviluppo di modelli che siano davvero nuovi e sostenibili e che sappiano valorizzare i principi di reciprocità e solidarietà, modelli in grado di riconoscere il valore del bene comune e di correggere il sistema capitalistico in senso più inclusivo e responsabile.
L’impegno per una nuova socialità riguarda quindi tutti, associazioni e istituzioni, imprese e cittadini, forze politiche e sociali: solo investendo infatti su un patto di reciproca e diffusa responsabilità potremmo rispondere alla società della «paura» e al rischio di comunità sempre più arroccate. È un impegno urgente che deve valere a maggior ragione in un territorio come il Trentino che ha saputo fare della cooperazione e della coesione elementi di sviluppo economico e civile, un impegno che deve avere l’obiettivo di riconnettersi con i cittadini, soprattutto i più deboli, comprendendone la domanda di protezione. Non possiamo abdicare alla nostra funzione storica di rappresentanza delle classi popolari.
Per fare questo dobbiamo saperci rinnovare. Non è più sufficiente infatti procedere inerzialmente: il rischio è altrimenti quello di disperdere un importante capitale politico costruito nel corso del tempo. È anche e soprattutto con questa consapevolezza che l’Upt, nei mesi scorsi, aveva avviato il percorso costituente popolare e civico e costruito un patto politico comune con il Pd del Trentino, iniziative troppo frettolosamente accantonate e che vanno riprese con coraggio ed urgenza. Ciò con l’obiettivo di valorizzare il ricco capitale sociale di cui è composta la nostra comunità e di coniugare sviluppo e protezione, opportunità e solidarietà, efficienza ed equilibrio territoriale.


Vittorio Fravezzi

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